Sotto l'ombra del Gran Sasso: la pastorizia tra passato e presente

(Di Ciccozzi Fulgenzio) - Campo Imperatore, estate 2011. Sporadiche mandrie di mucche pascolano nei vasti erbaggi che si estendo alle falde del Gran Sasso corteggiando la strada che porta a Fonte Macina. Il luccichio delle macchine parcheggiate a ridosso della via e le divise arancioni della protezione civile della Nuova Acropoli indicano il punto preciso in cui si svolge la mostra. Anche questo 5 di agosto la su citata località ha accolto numerose persone ivi convenute per l’annuale rassegna ovina: operatori del settore, commercianti, artigiani, turisti e curiosi. Questi ultimi, in particolar modo, si aggiravano tra gli stand gastronomici per poi raggiungere frettolosamente il mosaico di recinti in cui erano rinchiuse le pecore e le capre. I taciturni cani da pastore ogni tanto si alzavano infastiditi per abbaiare contro chi si azzardava a invadere il loro piccolo territorio, magari solo accennando bruschi movimenti con macchine fotografiche e telefonini. Tra l'odore dei formaggi, dei vini, dei tradizionali panini con la porchetta, dei suoni che provenivano da un moderno zampognaro e nelle vicinanze dei nuovi trattori sistemati in bella mostra all’ingresso della fiera, Sua Eccellenza Monsignor Angelo Spina (Vescovo di Sulmona-Valva) ha celebrato la Santa Messa per la piccola folla che si era accalcata davanti al palco, alla presenza del prefetto dell'Aquila Anna Maria Iurato e del presidente del parco del Gran Sasso e Monti della Laga Arturo Diaconale. Dunque, le pecore, chiuse negli stazzi sistemati nella radura dagli allevatori, sembravano far da cornice a questa sagra paesana, anziché esserne le protagoniste. L’attenzione, comunque, si è riversata soprattutto sui prodotti caseari locali, mai sufficientemente pubblicizzati. I tempi sono cambiati e oggi stanno cambiando ancora più in fretta. L’Abruzzo montano guarda con un certo distacco al suo passato. Un passato in cui i dileggiati “cafoni” costruirono con sacrificio il loro futuro basandosi su un’economia che ruotava intorno alla pastorizia. Le riforme napoleoniche, il primo sciopero dei pastori salariati (nel 1902) che chiedevano l’aumento della misera paga o la più recente anacronistica “battaglia del grano” non sono più i mali che affliggono questa impresa: erano altri tempi, quelli.  Oggi, tale attività pastorale è mortificata da una quasi totale indifferenza che si manifesta nel poco sostegno (insufficienza di fondi soprattutto, motivo che ha sollevato la protesta degli allevatori locali) accordatogli affinché possa crescere e organizzarsi come un’azienda moderna, stanziale, perfettamente integrata nella struttura socio-economica attuale, in cui anche un turismo non invasivo potrà avere i suoi spazi. Forse solo così le generazioni future potranno rivolgere a questo tipo di industria la giusta attenzione che merita, senza mostrare nei suoi confronti alcuna diffidenza. Dall’altro lato della vallata l’immagine delle statue (con alcune braccia monche) del pastore Nunzio Pupi di Roio e dei suoi figlioletti che persero la vita in quelle alture agli inizi del secolo passato, colti da una bufera di neve, raccontano un’altra storia. Fino agli anni novanta l’artista Vicentino Michetti e Monsignor Virgilio Pastorelli erano lì a ricordarcela. Così esordiva, nel lontano maggio del 1968, lo stesso Pastorelli, allora sacerdote della Pia Unione dei Pastori, intervenendo nel convegno nazionale tenutosi all’Aquila sui problemi dell’allevamento ovino in Italia: “La vera crisi del settore è la crisi del pastore. Oggi è difficile trovare un padre pastore che voglia far fare il pastore ai propri figli”, ricordando l’episodio di un ragazzo di 16 anni che abbandona gli studi e chiede a suo padre di comprargli 100 pecore e 20 vacche. “Il padre – commenta Pastorelli – esaudisce questo suo desiderio, pensando, tuttavia, che suo figlio è uscito fuori di senno”.   



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