I Leoni di Santa Maria...

- di Angelo De Angelis -

 

HIC SUNT LEONES. Sembra che gli antichi romani, nelle Google Maps dell’epoca, scrivessero così sui territori inesplorati che ritenevano pericolosi da attraversare.
QUI CI SONO I LEONI: Paolo ed io, da marmocchi di sei e sette anni, vivevamo d’estate al confino sulle quattro strade ed una piazza di Santa Maria, sorvegliati a vista dalle mamme.
E quando dico che eravamo sorvegliati a vista dalle mamme parlo di una ferrea sorveglianza, garantita da una rete di intelligence da far invidia ai servizi segreti vaticani e israeliani che, come è noto, sono i migliori del mondo. In un tempo in cui non esistevano telefoni a filo, cellulari, whatsapp, internet e facebook, le notizie correvano tra le mamme alla velocità della luce e con una risoluzione di dettagli da spavento.
Ricordo che una volta, avevo forse cinque anni, mi scappò un VAFFA… rivolto ad un amichetto che mi infastidiva. Quando tornai a casa mia madre…. Bhè, lasciamo perdere e torniamo alla nostra condanna al confino.
Per noi che amavamo volare alto, quelle limitazioni di movimento cominciarono presto a stare molto strette: dalla postazione di riposo, “LA PIETRA” posta ai margini della piazzetta, scrutavamo gli orizzonti: ne individuammo uno che pensavamo alla nostra portata e lì collocammo i nostri leoni.
IL VALICO: nel pianificare la nostra prima spedizione, riconoscendo come bravi montanari-alpinisti i nostri limiti, non scegliemmo le vette superbe di monte Soffiavento, di colle Jubbera, di monte Sant’Angelo o di Montecalvo. No, scegliemmo il valico, una sella posta tra monte Soffiavento (detto Fiataventu) e Monte Torretta, la montagna di Cese. Sulle mappe dell’IGM quel posto è indicato come “Portella” a quota 1003 metri sul mare. Ma noi non lo sapevamo, ci servivamo delle nostre mappe mentali e per noi quello era IL VALICO ed era il punto più accessibile dove il nostro orizzonte si sarebbe allargato: cosa c’era là dietro? Quali pericoli nascondeva quella sella? Chi abitava quei luoghi oltre la montagna? HIC SUNT LEONES. Noi volevamo scacciare i leoni da quel posto.
E’ inutile dire che la cosa più difficile era eludere la sorveglianza, così cominciammo con piccole tappe di avvicinamento all’obiettivo, che servivano per sondare il territorio e cercare il sentiero giusto. Avevamo due limiti: il fattore tempo ed il fattore stanchezza. Fu cosi che i primi mesi di quell’estate in cui iniziò l’epopea delle esplorazioni non riuscimmo ad andare oltre il “Canyon”, un posto a quota 940 da noi così battezzato per la presenza di uno stretto passaggio tra le rocce alte forse un metro o poco più. Un giorno finalmente il lampo di genio e riuscimmo, con una bugia, ad avere una vacanza premio di due ore, con la promessa di non allontanarci dal paese. Era arrivato il momento: bene equipaggiati con un paio di comode scarpe, le stesse di tutti i giorni, e abbigliamento tecnico, pantaloncini corti, canottiera e camicia a maniche corte, quelli di tutti i giorni, partimmo per la spedizione.
Faticammo molto, sudammo, ci aiutammo l’un l’altro per superare lo scoramento che a tratti ci assaliva, ma ce la facemmo. In poco meno di un’ora riuscimmo finalmente a raggiungere l’obiettivo: la felicità fu il sentimento che provammo, avevamo vinto la nostra prima sfida alla montagna.
Lassù, però, non trovammo leoni. C’erano solo due mucche al pascolo ed un cane randagio che tranquillo si aggirava nei paraggi, ma ai nostri occhi si apri un panorama incredibile, un’altra valle, altri monti all’orizzonte, un altro torrente …. Un altro mondo da scoprire ed in fondo alla valle un altro paesetto. Passò un pastore: “che stete a fa’ esso quatrà!”. Intavolammo un colloquio. “A chi sete fijli”… MMMMH le cose si mettevano male. Il servizio di intelligence ci stava spiando. Cambiammo discorso per sviare quella domanda imbarazzante, chiedemmo il nome del paesino che si scorgeva a fondovalle: Santi di Preturo, ci rispose il pastore, che se ne andò dietro le sue pecore. Pericolo scampato, eravamo riusciti a non declinare le nostre generalità e quella scappatella rimase segreta. Tornando alla base riflettemmo sul paese che avevamo scoperto, SANTI: fino ad allora era stato una entità astratta. Ne parlava spesso nonno Eliseo perché in quel paese fu parroco suo zio, Don Domenico Amedoro e lui, giovanotto in età di militare, quando tornava in licenza dal fronte della prima guerra mondiale, andava sempre a trovarlo tracciando quello stesso sentiero che noi avevamo percorso. Santi prima dei tempi di nonno Eliseo doveva essere un paese alquanto rissoso: quando nasceva dell’attrito tra qualche abitante per sconfinamento di bestiame, per il tracciamento di un solco d’aratro di troppo sul terreno del vicino o per attenzioni particolari alla donna di un altro, la promessa di vendetta veniva sancita con la minaccia “REFECEMO I CUNTI A SANTU DONATU”. San Donato è la chiesa di quel paese. Il luogo oggi è famoso per un campo di golf, ma allora che a golf non si giocava, la gente era semplice ed aspettava la festa patronale, appunto il giorno dedicato a San Donato, per fare un po’ di baldoria. E là volavano balli, giochi , risate, bicchieri…. e coltelli. Già, a “SANTU DONATU se refeceano i cunti” dell’anno precedente infilando il coltello nel fianco di chi aveva fatto qualche sgarbo, approfittando della calca e del frastuono della festa, e ogni tanto ci scappava il morto! Nonno Eliseo raccontava che, da quando divenne parroco Don Domenico, a forza di prediche, di anatemi, di minacce di fiamme eterne e di riconciliazioni imposte con la forza della sua fede, finalmente i carabinieri potettero godersi la festa senza dover lavorare.
Accadde una volta che nonno Eliseo, in licenza e con la sua bella divisa da Cavalleggero, andò a trovare “zi’ Prete” alla canonica di San Donato. Abbracci e baci e poi subito l’invito di don Domenico ad andare a suonare le campane perché era ora di messa. Nonno, obbediente, andò e mentre tirava le due corde delle campane, si staccò una grossa pietra dal campanile che lo beccò in fronte. Cadde fulminato a terra e di corsa, con un calesse trainato da un ronzino, fu portato all’ospedale dell’Aquila, dove ricevette le cure del caso. Successe il contrario di quello che in guerra era la normalità: guarì presto, e torno subito al suo reparto di Cavalleggeri con una bella cicatrice sulla fronte, che rimase bene evidente fino alla rispettabile età di novantotto anni, quando, ormai da tempo il più vecchio del paese, molto a malincuore tornò alla casa del Padre. In quell’ospedale ci tornò sessant’anni dopo l’episodio della pietra, era il 1975, a causa di una forte emorragia al naso. Lo accompagnai con la mia seicento bianca tentando di tamponare l’emorragia con un grosso asciugamano. Nonno, innamorato della vita, era pallido in volto, non parlava, aveva paura. Non disse nulla ma sicuramente pensò che fosse arrivata la sua ora, gli si leggeva in faccia. Al pronto soccorso lo visitò il dott. Cervelli, parecchi anni dopo Sindaco di Scoppito, gli infilò un bel tampone nel naso, gli misurò la pressione e lo rispedì a casa. Nonno Eliseo aveva ripreso il suo bel colorito sul viso, la bocca sorridente e lo sguardo sornione. Mi confidò “Nepo’, quessa è la seconda vota che vajo all’ospedale”. Aveva 82 anni ed all’ospedale non ci mise più piede.
Spero che in quel 25% di suo DNA che ho io in dotazione, ci sia proprio quella parte che regola la durata della vita.
La gioia di vivere non alloggia nel DNA, ma lui è stato uno dei miei migliori maestri!

Luca Bruno Solo chi non è mai salito nei luoghi che hai descritto non può capirne la bellezza. Quante volte ci spingiamo tanto lontano da casa alla ricerca di chissà quale meraviglia e invece abbiamo intorno a noi una natura meravigliosa che non tutti conoscono. Bravo Angelo!
 
  • Enrico Arrostiti Ho letto con attenzione e partecipazione. Grazie.
     
  • Anna Maria Murgo Due esploratori ­čĺĽ
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  • Anna Vernarelli Finalmente una simpatica lettura di piccoli leoni esploratori....leggo e con la memoria vado alla mia infanzia e alle scorribande con i miei amici e cugini...che meravigliosi ricordi...quasi quasi mi metto a scrivere....ma non credo di esserne capace...buona notte caro amico...
     
  • Paolo de Angelis Quel Paolo sono io !! E l'intelligence era spietata. Anche in tempi di mancanza di waths app e chat varie, le notizie correvano e anche senza telefinini, ci rintracciavano all'istante. Il paese era diviso in "a capo s. maria" e "a pee S. Maria. Noi si usciva al mattino e fin ad ora di pranzo scorrazzavamo per il paese e per i prati. A ora di pranzo inizavano ad eccheggiare i richiami " PAOLOOOO REVEEE' " UN po prima di pranzo dovevamo andare a cogliere l'acqua ad una fonte di acqua freschissima fuori nei campi. Dopo poco il richiamo si ripeteva. Dopo qualche minuto cambiava il richiamo " Paoloooo addò stà... revee'". Poi " Evaaa sta esso Paolo?" Si allargava il giro.... poi zia eva " Emma. sta esso Paolooooo?" e cosi si spandeva la ricerca come oggi si fa con iil sistema della "condivisione" di FB. Quando finalmente Paolo si ritrovava, il poveretto rispondeva " Zia Emma, che vuoi? " E Zia emma " Paolo sta eccooooooo" E zia eva faceva da ripetitore. " Ernestì, sta all'ara, con zia Emma..." Digli che ora di pranzo... sciccisu !" E zia eva a zia emma " Manna paolo a casa " Etc Etc altro che Facebook, quelli si che erano tempi. Per chi non lo sapesse, zia eva e zia emma erano posizionate nel paese alle ore 9, alle 12, mentre mamma era alle 6 e zia cristina alle ore 15. Non si sfuggiva..
     
  • Enrico Arrostiti S'ode a destra uno squillo di Angelo, a manca risponde Paolo.....
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  • Anna Vernarelli Ah..ah..ah..addo sta...revee...sciccisu...quante volte l' ho sentito urlare..!!!
     
  • Lorenzo Pastano Anche un rappresentante del Tratturo Magno ha condiviso e goduto dei tuoi ricordi!
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  • Franco Narducci Angelo, sono bellissimi i tuoi racconti.
     
  • Angelo De Angelis Grazie Franco, questo è quello che volevo cestinare dopo aver letto la tua poesia... Mi riconsoli, anzi me fa' allarga' ju core!
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  • Vincenzo Caporale Finalmente ho trovato la spiegazione alla grande empatia che è intercorsa tra due "tratturisti" conisciutisi durante la prima tappa della "nostra avventura transumante". Grande Angelo. Con tanta ma tanta STIMA

 



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