San Franco d’Assergi, storia di eremitismo e santità alle pendici del Gran Sasso

Nella sala Santa Maria in Valle ad Assergi, con il Patrocinio della Curia Arcivescovile di L’Aquila , Deputazione Storia Patria negli Abruzzi e la Collaborazione della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici per l’Abruzzo, si è tenuto un convegno dal titolo “San Franco d’Assergi, storia di eremitismo e santità alle pendici del Gran Sasso”, con la partecipazione delle rappresentanze di: Arischia, Assergi, Forca di Valle (Te), Ortolano, Roio.
I lavori sono stati introdotti da Walter Capezzali, Presidente Deputazione di Storia Patria negli Abruzzi. La sessione pomeridiana e la successiva tavola rotonda sono stati coordinati dal caporedattore del Centro Giustino Parisse.
“San Franco di Assergi e la sua storia” è stato il titolo della relazione di Don Giuseppe Obama, Parroco di Assergi:

San Franco nacque a Roio (L'Aquila), sotto il pontificato di Adriano IV (1154-1159) da famiglia di contadini benestanti. Sotto la guida di un sacerdote del paese, Palmerio, fece i primi studi. Entrò poi nel monastero benedettino di San Giovanni Battista di Lucoli, dove rimase venti anni, dopo i quali si allontanò per vivere da eremita. Il primo periodo lo passò nei boschi di Lucoli, cibandosi "herbulis, glandulis et agrestibus pomulis". Nel secondo, il più incerto, errò qua e là sulla catena centrale dell'Appennino abruzzese, che culmina nella vetta del Velino; poi passò alla catena del Gran Sasso. Il terzo periodo lo passò sui monti di Assergi: cinque anni al Vasto, quindici sui monti Sabini. Al Vasto si scelse un luogo erto e pittoresco, ma arido e privo di rifugi, si costruì una capanna secondo il sistema tradizionale dei pastori e alle sue preghiere zampillò l'acqua dalla rupe; ancora oggi la sorgente, a circa milleottocento metri sul mare, è detta "l'acqua di s. Franco"; i pellegrini la bevono devoti e vi si lavano per ottenere la guarigione dalle malattie, specie della pelle. Passò ai monti Sabini per sfuggire ai visitatori, e si fermò in località più vicina ad Assergi, ma più impervia, dove, secondo la leggenda, un'orsa con tre orsacchiotti lo guidò ad una grotta e gli fece a lungo compagnia. Nelle feste principali dell'anno si recava ad Assergi per ricevere la Comunione, forse nella chiesa di S. Maria in Silice.
Qui avvenne l'episodio del bambino in fasce salvato dalla bocca di un lupo; l'agiografo riferisce il fatto in termini assai moderati e realistici; pure la fantasia degli artisti, pittori e scultori, vi si è ispirata fin dai tempi più antichi ed il santo viene sempre rappresentato con accanto un lupo che tiene un bambino in bocca.
Quando l'eremita per la malferma salute presentì prossima la sua fine, volle ricevere gli ultimi sacramenti, poi fu lasciato solo con le braccia incrociate. La notte, le campane di S. Maria in Silice suonarono da sole prima dell'ora consueta ed i galli del paese cantarono insolitamente. La popolazione si svegliò, immaginò, guardò in direzione della grotta e vide una luce: accorse e trovò l'eremita morto. Con grande venerazione la sua spoglia fu portata al paese e sepolta nella cripta della chiesa del monastero.
Per la sua intercessione avvennero numerosi miracoli. In tutti i secoli folle di pellegrini, specialmente dall'aquilano e dal teramano, si sono recate a pregare sul suo sepolcro ed i pellegrinaggi continuano ancora, benché in forma più ridotta. I resti mortali del santo, furono raccolti in un tumulo di pietra, da cui passarono nel 1480-81 all'artistica urna d'argento, pregevole lavoro del maestro Giacomo di Paolo da Sulmona. Anche la festa liturgica venne presto; un calendario manoscritto dei monaci di S. Maria in Silice, dei primi anni del Trecento, già portava la festa di Franco. Verso quell'epoca il monastero di Assergi scomparve e subentrò ad esso un capitolo secolare, ma la devozione continuò, tanto che la chiesa di S. Maria in Silice nei primi del sec. XV si arricchì di una facciata in pietra, che è un gioiello di arte romanica. Nella sua vita c'è più di un elemento per concludere che Franco fu sì monaco ed eremita, ma non sacerdote: tuttavia la figura medievale di un monaco non sacerdote presto non fu più compresa e la tradizione pofigura medievale di un monaco non sacerdote. Nel 1757 il vescovo dell'Aquila, Sabatini, otteneva dalla S.Congregazione dei Riti l'estensione della festa liturgica a tutta la diocesi.

QUESTI GLI INTERVENTI NEL CORSO DELLA GIORNATA:

“Assergi e il Gran Sasso tra il 1150 e il primi decenni del 1200”
Relatore: Fulvio Giustizia

“San Franco: la genesi dell’uomo, del monaco, dell’eremita” (Altopiano roiano secolo XII )
Relatore: Fulgenzio Ciccozzi

"Il fenomeno dell'eremitismo in epoca medioevale: le cellette eremitiche"
Relatore: Edoardo Micati

 


“Dall’Acqua di San Franco alla Valle del Raiale luoghi e segni di religiosità rupestre”
Relatore: Fabiana Verde

“La Chiesa di Santa Maria Assunta in Assergi e il ripristino dell’antica struttura”
Relatore: Corrado Marsili

“Lavori di restauro di opere provenienti dalla Chiesa di S. Maria Assunta di Assergi”
Relatore: Curia Arcivescovile

“San Franco e il lupo”
Relatore: Giuseppe Profeta

“Culti idroterapici alla sorgente di San Franco”
Relatore: Adriana Gandolfi

Aspetti socio-antropologici del culto di San Franco - Storia popolare “A San Franco di Assergi”
Relatore: Franco Dino Lalli


Prima della Tavola Rotonda, è stato presentato e proiettato il filmato «San Franco, eremita del Gran Sasso» prodotto dalla Soprintendenza per i beni storici e artistici dell’Abruzzo con relazione affidata a Mauro Congeduti.

Alla Tavola Rotonda: “Le nostre tradizioni: riscoperta, attualità, prospettive”. Hanno partecipato: Assergi: Bruno Marconi e Giacomo Sansoni; Roio: Parroco Don Osman Prada; Arischia: Abramo Colageo; Forca di Valle: Tony Verzilli; Ortolano: Elio Biscardi ed Emanuele Zilli
 


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