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INSERISCI MESSAGGIO

20-01-2018 - Speranze di ricostruzioni oggettive e morali. Camarda: Il “Gafio” Camarda, naturale presepe che il terremoto ha sconquassato come un plastico nelle mani di un bimbo capriccioso e annoiato. Camarda, luogo di camere dure. Di mista figliolanza etimologica, dal greco-romano “Camara”, a significare volta di ambiente e, per estensione grotta, stanza, camera e longobardo “hard”: duro. Camarda luogo delle volte dure, ovvero delle molteplici grotte, anfratti, antri, spelonche, abitate già nel tempo della presenza longobarda (568-773). Periodo in cui, si annovera la costituzione del Ducato di Spoleto, che estese la sua giurisdizione anche sul territorio aquilano. Luogo duro, per sedimentazione pietrosa e tenero, per la prestevole arrendevolezza del legno costituente il “Gafio” “Jafiu” nel vernacolo locale. Il Gafio o balcone, ballatoio, aggetto, di stretta derivazione longobarda, sia oggettiva che etimologica: “Waifa”, a significare “terra che non appartiene a nessuno” o tratto di terreno che divide due edifici, con assunzione di duplice significato: vicolo, angiporto e ballatoio, balcone, terrazzo minimo, aggetto: che rappresenta la nota peculiare del borgo. Il terremoto ha unito ad un destino solidale il duro e il tenero. L’Assoggettabile vulnerabilità del legno, con la figliolanza magmatica della pietra. La cariata possanza gravosa delle rocce, con la leggerezza arrendevole e deperibile del dominio vitale degli alberi. Il Gafio, segno distintivo del borgo di Camarda, ne ha, da sempre costituito la cifra valenziale. Eterogenee le forme dei sostegni e delle ringhiere. Si annoverano disegni minimalisti, con semplici pioli o tavole inchiodate verticalmente sul pianale e sul parapetto. In alcuni casi v’è ossequio più generoso alla fantasia, tutti accumunati da una soggiacente eleganza e leggerezza. Da esso generazioni umane e la storia, hanno visto passare la storia. Qualche volta sostare e riconoscersi. Dal gafio, forse, si è concessa alla contemplazione “la bella di Camarda”, esponente della sovrana bellezza muliebre del luogo, ossequiata, nel 1857, dai versi di Emidio Cappelli. Versi, ispirati probabilmente a personaggi veri: il taglialegna Nicandro e la dolce Margherita, fanciulla che per la sublime bellezza s’avocò, appunto, l’unanime appellativo di “bella di Camarda”. Storia che dà vita alle angustie di Margherita, per l’abbandono coatto di Nicandro, chiamato all’obbligo dei doveri militari, nella campagna napoleonica di Russia, all’intreccio del dispiacere di Lucia, madre del giovane, e altre vicissitudini di violenza, cui dovrà soccombere Margherita, per mano di Lorenzo, spasimante respinto. La storia ha composizione e epilogo a lieto fine. Pubblicata a Napoli nel 1857, e ristampata a Milano nel 1858, riscosse buon accoglimento dalla critica, compreso il favorevole elogio di Benedetto Croce. Manieri Riccio la definì: “leggiadrissima”; Raffaele De cesare, la dichiarò ”opera bellissima per purezza di forma, d’immagini e reminiscenze dantesche. Il futuro destino testimoniale di una paternità storica è nelle mani dei, non sempre illuminati amministratori del territorio. Le gravi conseguenze che, il paese di Camarda, ha patito con il sisma, potrebbero cancellare questa tipologia di reperto e d’una storia minuta, che è anche a testimoniare la non sempre scontata processione delle sue parentele derivali, con percorsi ignoti agli uomini stessi, dominio del caso, come domi-nio del caso sembrano essere i serpenti migratori delle onde sismiche. Si prenda coscienza che la responsa-bilità, di ogni atto minimo, ogni decisione, quella oggettiva e metaforica, inchiodano o non inchiodano, ed è come mettere, o non mettere in croce, quello che gli uomini rappresentano o hanno rappresentato. Ogni volta che si altera una realtà c'è sempre un conto da pagare, e si concede, a chi ne ha voglia, il potere della fraudolenza revisionistica della storia. Nei casi più perniciosi e abominevoli, con le dovute misure di prospettiva, per esempio, la messa in dubbio dell'olocausto, delle deportazioni, delle purghe staliniane e di tutte le angherie della meschina congerie dei meschini e dei despoti: della scomparsa dei desparesidos, se dai registri della storia scritta dai vincitori, dalla memoria dei perdenti e dai cuori di tutti, s'è fatta sistematica opera di alterazione. La coscienza civile, a volte ha pochi appigli; qualche volta solo riferimenti minimi, disperatamente minimi e perituri. I pletorici ritardi nella ricostruzione delle frazioni del comune di L’Aquila, le intricate e farraginose procedure acuiscono, la sedimentata considerazione che le frazioni hanno, da sempre avuto considerazione da serie B, rispetto alla città, nella operatività sociale. Con l’evento tellurico, per comunanza attribuibile alla insipienza progettuale, si assiste a una sovrapponibile equiparazione delle problematiche ricostruttive simili, a quelle della zona rossa di L’Aquila. Questa coatta vicinanza induca la medesima oculatezza nel restauro. Che i rantoli di storia, affidati, nel caso del Gafio, a materiali peribili, come il legno, non vengano soffocati, per soggiacimento a facilonerie e semplificazioni costruttive, solo funzionali, ma prive di respiro culturale. Perché il Gafio non deve soccombere? Perché non deve essere sostituito, come già nel tempo è stato perpetrato pesantemente con artefatti cementizi assicuranti più consistenza, durata e solidità fisica e psicologica? Forse perché si attesti l’affine peribile trama dei sentimenti umani? Perché si abbia coscienza che un arrogante costruire crea edifici arroganti, per arroganti abitatori. Che alterare la paternità o maternità storica è sempre un delitto. Nelle complesse logiche dei restauri post-sisma, non è prevista nessuna procedura specifica per il recupero e riproposizione, del manufatto “Gafio” Ciò può avere giustificazione, date le molte emergenze artistiche da salvaguardare. Non è pensabile, date le oggettive difficoltà e, generale pochezza di vedute, che si potessero attivare procedure per ognuna di esse. Tutto deve essere ricondotto a visioni generali di recupero di tutte le forme artistiche e peculiarità storiche che il territorio ha espresso nei millenni, avendo rispetto della qualità dell’arte, per ogni tipologia. Per tutte le espressioni dei gafi, non molto differenti per fattura, preservati fino al sisma, il restauro, o ripristino totale, su mura cadute, comprende addebiti di spesa contenuti: Trattasi di riposizionamento, ove occorra, di capitelli di sostegno, del ballatoio e delle alzate della ringhiera, con essenze simili a quelle precostituenti il manufatto. Occorreranno trattamenti antitarlo, antimuffa e impregnamento, con tinte colorate. Si potrà attingere alle svariate offerte, messe a disposizione dalla tecnica specifica. Per cui, si può ricondurre la prassi, alla procedura di restauro dell’aggregato, con richiamo specifico al manufatto , ove ve ne sia presenza. Gli importi sono valutabili, per grandezze standard, comprensivo di messa in opera, sull’ordine di qualche migliaio di euro Per quanto possibile, nel restauro delle varie espressioni del Gafio, significativa espressione di cultura e civiltà rurale, è auspicabile il riutilizzo del legno originario, vicariando le mancanze con elementi della me-desima essenza, avendo cura di antichizzare, con fine sintonico. I trattamenti devono assicurare fortifica-cazione, protezione ed impermeabilizzazione, utilizzando i generosi presidi che la tecnica, largamente per-mette, avendo cura di non alterarne la sua fabulazione filologico-estetica. Ove, per mere ragioni statiche, al fine di sostegno se ne ravvedesse la necessità, si può prevedere di utilizzare sostegni con anime o mensole metalliche, facilmente occultabili, o esponibili, per dichiarato, armonizzato disegno estetico. In ossequio al naturale corredo, riscontrabile, da sempre, nei nordici luoghi di derivazione, tornino ad essere abbelliti, con vasi e fiori multicolori, per una auspicabile rinata primavera.

Gianni Sansoni

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04-01-2018 - Auguri di buon anno a Antonio Giampaoli che, con la sua egregia conduzione di Assergi racconta, mi fa rivivere in questo magnifico borgo tanto amato da mio marito Claudio. In questo periodo eravamo felici e pronti per la presentazione del calendario, ripercorrendo i fatti dell'anno di Assergi. Ora mi restano i ricordi con le foto di quei momenti. Cordiali saluti. Adele

Adele Campograssi Ticconi

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Risposta di Antonio - 08-01-2018
Auguri di Buon Anno anche a te Adele, ricordo bene con quanto entusiasmo Claudio parlava del nostro borgo e di "Assergi Racconta". Naturalmente posso farti avere il nuovo calendario. Un caro saluto

31-12-2017 - Per rispondere e interagire con il racconto di Peppino Lalli, come i poeti toscani a braccio, che rimano a rimando, sono sollecitato a ricordi e fantasie putative. I luoghi e gli umori sono gli stessi. I nomi alterati e con la trasposizione se ne declina qualsiasi corrispondenza reale. Anche se il reale ha forse maggiore pregnanza e fantasia del finto. IO SONO, TU SEI, EGLI E' Più forte del vino è il Re, più forte del Re è una donna, ma tra tutti è più forte la verità traduzione di una epigrafe latina posta nel tempio di Rosslyn (Scozia) Io che inopinatamente sono giunto ai fili scomposti di questa narrazione, restauro con una presunzio- ne della quale non ha poca vergogna e timore d’arbitrio, la trama sfilacciata e consunta di una storia, di una vita, di vite, di nuvole di sogni. Per me gravido d'inscienza è duro incorsare l’ordito nei licci col timore d’invalidarne l’irroro capillare ischemizzandone la fisiologia delle suggestioni. Da ciò me ne deriva un accoro di lisifobia. Con esercizio d’amore diverrò quasi un restauratore dogato, ligio all'iso-cronia dei toni e alla confinatezza delle campiture. Se non la mano s’accetti il cuore pietoso, che scie-glie i fili salvi, non intarmati, riannodandone le tensioni agogiche dei destini. Oggi per un'astomosi riuscita ho resuscitato contristamenti e risolutezze. Volevo una professione d’anonimìa. Che la mia manovalanza serva a ricostituire le congiunzioni dei temi reiterandone alcuni elementi di contorno, sovvenendo le assenze. Io che inopinatamente narro, in questo millennio di contraltare, inconosciuto a me stesso, con il cannocchiale di Galileo, le empirie e le leggi della vulcanologia, Freud il vulcanologo, gli antidepressivi e ansiolitici, la luce delle virtù ermetiche dell’atomo, il dendritismo saccente dei neuroni, il manicheismo binario del silicio, ho ancora tenebre nell’animo, non so se tenute dalle forze deboli o forti. Ancora io so e non so, non so e so quale magma trova pervie le mie antrosità, per fame d’aria o di cuore per il doloroso parto da una bolla ad un’altra. Questa però è un’altra storia…O è la stessa storia?.. Non c’è notte dei miei anni bambini, che i miei magmi non risalgono le gravità ancestrali; la vita troppo grossa che non la potevo respirare tutta solo a morsi timorati; questo era il dolore e tanto più la vergogna, è il miracolo doloroso di dover, non saper essere uomini!...Ma questa è un’altra storia…Eppure è sempre la stessa storia! Quando cercavo d'aprirmi al nuovo mondo, che quello vecchio non avevo manco avuto il tempo di conoscerlo appieno, e m’allontanavo dal sacco amniotico dell’unica stanza, dove mia nonna malata ci teneva legati alla sua schiavitù; che mia madre era col nonno e il nonno era in campagna o a fare, qualche volta, il falegname d’aratri. Perché mia nonna non ci poteva seguire oltre il suo male e ci teneva schiavi col suo male. Il suo male curato con la coramina e la ferrochina. Anche la medicina riconduceva al cuore ogni dolore nato altrove. Non c’era pasto che la nonna non vomitava con dolori celati, dentro il suo già lutto del nero dei vestimenti, nel secchio sotto il lavandino di pietra che si doveva vuotare più volte il giorno fuori alla fogna. Il male inconosciuto germinava bolle crude e cattive nello stomaco, cibandosi della ferrosità acidula del citrato ferrico della ferrochina. L’unico liquore conosciuto da bambino, mai assaggiato, perché era la medicina della nonna. Una medicina pagata a caro prezzo, per i prezzi da pagarne. Quando fui grande ed ebbi qualche soldo per iniziare a bonificare le paludi mia anima, volli provare la ferrochina, così conobbi il sapore della morte di mia nonna. Acidula, sapida e piena d'una colma efferrvescenza emetica: la ferrochina. La sua schiavitù c'imponeva povertà. Allora, ora anche di questo sono ricco. Il senso di colpa per qualche fuga alla scoperta del nuovo microcosmo, inaudendo i suoi richiami, ancora mi sopravvive. Conobbi altri rosari e bolle più sature e grevi…Con qualche amico d’elementari, che nella giornata venivano a giocare nella grande piazza della chiesa dove noi eravamo con la nonna, risalii il paese, cagliato da un lato, che, come un tumore rompeva la convessità mammelluta del colle. Un’altra stanza, illuminata a festa dalla prima 125 Volt che raggiungeva il paese, quasi per caduta, come l'a-cqua, nei fili grossi intrecciati, temendo le asperità e le permalosità dei venti iematici, che ci lasciava troppo sovente alle suggestioni tenebrose delle ombre oniriche delle steariche. Peppe il luciaio ci ave-va lasciato la zappa per l'affatturamento della nuova arte. Poi se ne giovava non foss'altro per la pro-messa di vertigini; non era come la terra che era troppo per terra. I fili nei pali correvano ad un'altezza di desiderio, lontano dalle fatiche ed egli li maneggiava senza timori gustandone le prurigini nervose dei ruscelletti d’acqua che da essi ne scaturivano, aduso, egli, ai brividi integralisti professati dall'a-cqua di Santa Maria dove aveva il prato, che era una coronaria dell’acqua integerrima del miracolo di San Franco. Con le strine e le esuberanze ciclotimiche, di quegli anni, e tutto il resto della mia mitologia, la mia infanzia: il medioevo cui appartenemmo, patendone le stesse sizigize e medesime maree. La casa d'Antonio, per la lievitazione magnificante, come quella del pane nelle madie, che iperbola e cavita, del dollaro mericano, che Antonio aveva riportato dal suo esilio nella Merica da dove era tornato perché non gli faceva più l’aria, e per trovare una moglie al paese che fosse clorofillica e terrosa e sapesse ammassare il pane come gli dettava il ricordo; la casa aveva l’unico giradischi del paese. Che in quella casa c’era lo sapeva tutto il paese che, se non tirava il vento che se la rubava, la sera e le notti era tutta una musica, che svegliava i morti e intristiva i vivi. Antonio si saturava di musica di ballabili, di tanghi malinconici che accoltellavano il cuore e di vino, per tacitare altri requiem, altre suonate di dentro. Decenne, o forse meno, io non risi, come i miei amici, e respirai da subito l'aria satura di una dolorata angustione.“Io sono, tu sei, egli è…Il Po nasce dal Monviso Ha!...Ha!..Ha…Ha! ...Ha!...Ha!" urlava ubriaco Antonio con un sudore etilico sulla pelle della faccia, con una barba mal disboscata e brinata dalle gelate dell’età, il naso camuso come il becco di un gallinaccio e la voce uguale “Cinque per cinque venticinque…sei per sei, trentasei...sette per set-te quarantanove…Ha!...Ha! ...Ha!...Ha!...Ha!..Ha!...Io sono, tu sei, egli è, noi siamo" compitava Anto-nio rintanato nella sua bolla prediluvio, dopo aver passato, con l'abbrivio dei succedanei della felicità, ed aver pagato con il sangue alle dogane. “Io sono, tu sei, egli è…Ha!...Ha!...Ha!...Ha!... Ha!...Ha!.." esausto rideva estraniato ed amaro, conscio della crepa cosmogonica che egli intravedeva. I miei com-pagni ridevano e lo pungolavano per accrescerne il cinema. Io sanguinavo dentro, avevo paura e avevo vergogna. Impastavo, con la sacralità viscerale di un vasaio, la mia vergogna congenita che m’era ve-nuta col cordone ombelicale delle colpe dei fati, quella di quell’uomo che non conoscevo, imparavo a conoscere e per qualche sera conobbi, rinnegandomi poi quando i compagni, per micragna di svaghi, proponevano di"andare da Antonio”. Se non fossi andato, Antonio si sarebbe salvato quella sera e forse avrebbe salvato me e la mia vergogna. Il dolore, mio e degli altri, era per me, sempre vergogna. Mia ed incondizionata. Avevo una vocazione sacrificale, non per presunzione ma per adesione compa-tente alle cose, mitologica, quasi da Atlante. Dissuasi gli amici non poche volte, dall’andare da Anto-nio, inventando altre occupazioni, che non mi digiunava la fantasia. Così non poche volte lo salvai o lo condannai, e forse preservai solo me, perché da quell'esercizio di condivisione non n'avessi l’avallo, sulle certezze che andavo sperimentando: che gli uomini sono chiamati dal precipizio, negati al riscat-to. Quando tornai a studiarlo e a compatirlo, sperai in un gesto di rivalsa. Fino alla fine sperai in un lampo d'orgoglio, un luccichio di sobria risolutezza, uno scalciare d'asino dei quali iniziavo, cocoscen-doli per la prima volta, ad apprezzarne l'indole domita e la recalcitranza ispirata. Una fermezza. Non andai più. Fui quasi contento, quando a distanza di qualche cerchio meristematico d'anni, seppi che Antonio lo avevano portato a Collemaggio. Mi parve una salvazione; non seppi dire di chi. Qualche vergogna mi sopravvisse e, al funerale delle altre, andai quasi contento…Compativo, benché non lo amassi, mio padre. Allora quando veniva al paese a trovarci, con la sua cassetta di legno, fatta da se, con la frutta, per me esotica, matura ed invaiata e qualche bottiglia d’olio d’oliva delle sue piante, che pure gli costava fatica portarcele. Mia madre, tutto buttava, la notte, alla fogna, anche l’olio che non si trovava nelle nostre contrade e non nasceva tra i sassi delle nostre montagne, e se ne comprava alla bottega, qualche lacrima con le uova, che erano una moneta vitale, delle galline di mio nonno. Qualche goccia, mio nonno la teneva per lubrificare le seghe e gli attrezzi da falegname e la metteva su una cote quadrata incastonata su un piano per arrotare gli scalpelli. Questa fattura non ebbe mai ragione del ferro e delle lame della falegnameria, ed alla nostra famiglia arrecarono piccoli tagli ed escoriazioni, mai sacrifici mitologici, anzi cucirono e, l'adescamento della falegnameria costituirono il mio primo incantamento, e l’odore pio del legno ancora mi suggestiona, mi narra e mi rapisce. In tutto quello che mio padre ci portava c’era la fattura, che non rispettava volontà e coscienza, e ci avrebbe risucchiato in quelle terre con lui per sempre, a morire, per sempre. Come mio padre che era stato fatturato dal fratel-lo al quale era legato più che con la colla di pesce che, anche loro falegnami, usavano. Che mio padre: ”io non lascio mio fratello, io e mio fratello ci capiamo al cento per cento, e mio fratello è meglio me” diceva in ogni occasione. Evitavo di toccare ogni cosa che ci portava, e mai davanti a nostro padre, per dargli soddisfazione, come c'implorava, mangiammo un frutto, un dolce o qualcosa, mai lo asse-condammo accampando le più inverosimili e bizzantine scuse senza dieresi della premessa, che era sempre la stessa inconfessata, sottaciuta e temuta: la fattura. A sera mi scorticavo le mani, le lavavo all'inverosimile innumerevoli volte. Ancora ed ancora, fino a renderle urticate. Con il sapone fatto col sego, la soda e la pece, una volta l’anno nella cottora col metodo dell’idrolisi basica degli esteri, di cui, più tardi, con la scienza, n'appurai, apprezzandone l'intimo valore di contrappasso. Che il grasso, che è lo sporco, si pulisce col sapone fatto dallo stesso grasso. Simile scioglie simile. Dolore scioglie dolo-re. Attendevo, mio malgrado, altri rammarichi che sciogliessero quelli del mio assedio di allora. Me ne restava lo stesso, anche dopo questa toletta maniacale, una sozzura, una contaminazione, una lebbra non solo nelle mani, un’impetigine dell’animo che m’impedivano di usarle, le mani, per prendere i cibi per i giorni a venire. Per giorni, non toccavo i cibi, il pane, con le mani, solo con le protesi servizievoli delle posate quasi arrugginite, che avevamo, o con la pezza, e se avessi potuto, le avrei moncate le mie mani. Il tempo, con le rugiade, me le riabilitava. Mia madre c’era passata lei stessa. In queste occasio-ni ci rinnovava la scuola. Per questo lei portava, cucita nella canottiera, vicino al cuore, un involto di pezza che celava non so cosa, quale talismano che mai ci volle rivelare. Io lo scoprii e gliene chiesi ragioni che non ebbi. Lo scoprii qualche notte, che aveva lavato alla fontana della piazza ghiacciata d’inverno, con l'acqua ghiacciata e noi dormivegliavamo sul tavolino della cucina, che se la ricuciva nella canottiera. Dalle dicerie sulle fatture me ne derivava un assedio di tutti i miei respiri di vita. Tut-to mi era temibile ed ostile. Mia madre “c’era passata lei”. Raccontava che quando si faceva ragazza, agile e flessuosa, con una naturale eleganza scesa a valle, fino a lei, dalla stirpe d'antenati ricchi di conformazioni, inclinazioni e propensioni buone, col ruscelletto cristallino di lapislazzuli di mio non-no, dal quale ad egli, d’inverno (nato il sette di febbraio) l'illetterata assonanza omozigotica del caso gli aveva staccato due pezzetti cerulei di ghiaccio per allogarli nelle sue orbite. Mia madre, figlia di mio nonno, che come i fratelli avevano tutti atteso ed avuto lo sguardo di cielo, portava negli occhi la sua ipoteca terrena con le acque diafane dei disgeli colorate dalla decozione di malve, di cicorie, d'er-be tenere. Mia madre "già c’era passata". Quando la sua naturale bellezza infloridiva e rapiva le invi-die, qualcuno l’affatturò. Ebbe dolori incoercibili e un deperimento consuntivo che, ogni giorno la stendeva sempre più, e gli passava sopra, come il traino che tirava giù per le montagne carico di legna fatta per confortare l'accerchiamento siderale dell’inverno. Una strega, con una maliziosità alchemica, le rivelò il suo destino d'affatturata. Con i suoi malingegni trafficando e bruciando i capelli e le sue malie, le mostrò, in forma di fumo, la bara che presto l'avrebbe attesa al fondo della china. Le rivelò come la serpe della fattura gli era entrata dentro con un vino, tempo prima. Mia madre costruì così il suo determinismo e le sue subiettività e tornò ai giorni quando tutto cominciò ad invertiginare. Ritro-vò una festa di paese, dopo le fatiche pieganti delle campagne e i balli rinvigorenti dalle fatiche, come se le dissipanze miosiniche attingessero, non dalle stesse, ma da altre riserve del granaio, protette dal-le soddisfazioni. Vide il boccale di vino offertole, e da chi, ne ricordò la sospetta torbida colloidalità mostosa. Così sentenziò e odiò. Qualche volta si rivive pure d'odi e rivalse e si torna indietro perché andare avanti è una china cosmogonica. Così mia madre. Così, come lei diceva, riniziò la scalata, con un nuovo fardello sopra le spalle…Veniva da lontano, mio padre, con gli autobus traballanti e sbuf-fanti come fiere preistoriche, e restava due giorni ospitato da qualche parente, alla lontana di mia ma-dre, che avevano, di lui pietà, o per fare dispetto a mia madre, al quale ora egli nonagenario fa, a suo dire, le orazioni. Erano, per me, i giorni più brutti della mia infanzia. Giornate perse. Non che avessi già allora il peso ansioso della computazione temporale che, invece, le giornate di quegli anni aveva-no adescamenti eternali; ma perché infangate, vili, arroccate, assediate, inespugnabili, vilipese, abbu-iate, impantanate nelle involontà…Morte. Mio padre mai una impuntatura, un'alterigia, sempre arre-so, dimesso, con la coda tra le gambe. Avrei voluto, benché non lo volessi, che rivoltasse il mondo. Avrei voluto che buttasse all’aria il mondo, benché non lo volessi, e non lo volessi ora, che il mio mondo faticava ad assestarsi su qualcosa. Avrei voluto che si ribellasse al mondo con le sue leggi, l'al-chimia stregonesca delle sue aurore e dei suoi tramonti. Benché non volessi che il mio mondo non trovasse una pace, volevo che lui rompesse i tempi, perché cominciavo ad avere paura nel mio sangue del suo sangue, e tanto più n'avevo vergogna…Il rosario d'Antonio aveva bolle vermiglie di sangue. Dall’ultima non seppe più la strada per procedere nella propedeuticità dei misteri dolorosi e fu vinto dall'iteratività scarnificante. Tornò con dolore, sempre più indietro fino alle prime bolle, in cerca di salvazioni. Dalla Merica era tornato perché la commistione d'anidridi e gravità più grevi pesavano ed asfissiavano sempre più, e gli anni s’attempavano inutilmente sterili, ed aveva desiderio di famiglia, con la quale godere qualche soldo accumulato senza una soddisfazione levata, per un sogno rimanda-to, sempre rimandato, fino a quando ebbe paura che non fosse più sognabile.Tornato ormai già avan-ti negli anni, sposò una moglie giovane e fresca come l'acqua della sua infanzia ritrovata, che amò con un amore quasi incestuoso di padre. Antonio sposato, marito fedele, padre per vocazione escato-logica, di due figlie, che per età mi tenevano in mezzo, per le quali, la fantasiosa cabala meiotica, scelse la romitezza cromosomica d'Antonio e la bellezza matroclina della moglie. Antonio aveva una moglie. Antonio aveva la moglie, ed era pure un poco istruito; aveva fatto la quinta elementare, che non tutti l’avevano. Poi era, e questo non aiuta, un uomo per bene, una brava persona, con sani princi-pi. Aveva una moglie. Qualcuno diceva che l’aveva qualcun altro. Alcuni dicevano che il cuore non si svergina con i soldi e che i giovani appartengono ai giovani. Che i padri, per un tornaconto d'interes-se, non dovrebbero accatastare le figlie come legna per il fuoco dell'inverno. Per una bella figlia ci vuole pure qualcosa di bello da vedere. Qualcuno diceva che gli spermatozoi d'Antonio avevano una giovinezza troppo giovane che non gli apparteneva. Lui aveva una moglie. Antonio amava sua moglie ed egli, fuori di casa, non aveva udito. Antonio amava sua moglie e le risparmiava le fatiche e gli af-fanni. Qualche lingua maligna, che ce n'è sempre stata, con il proverbio, diceva che, per chi ti rispar-mia le fatiche in casa, c’è sempre chi te le fa fare al pagliaio. Al pagliaio, la moglie d'Antonio non accudiva nessun animale, anche perché il pagliaio non era il suo. Al pagliaio la moglie d'Antonio era lei stessa un po’ bestia. Gli uomini del paese, per la claustrofobia delle montagne, erano innamorabili. Questo contadino aveva il sangue fresco delle vene d'acqua dei monti, aveva un bel pagliaio, con be-stie e faceva il fieno, per le appetenze delle bestie e i conturbamenti febbrili con la moglie d'Antonio. Il contadino, con un asservimento della spavalderia, che l’età gli autorizzava qualche volta la portava, la moglie d'Antonio, a fare il fieno. Non come il fieno, l’amore di quest'uomo fresco, avvizziva e sec-cava, anzi s'inturgidiva sempre più. La moglie d'Antonio aveva, dell’amore, una considerazione con una geminazione caleidoscopica ed una visione più prospettica. Anche le figlie erano un amore e chie-devano amore. La moglie d'Antonio scendeva a valle dal cocuzzolo newtoniano ed imparava la relati-vità sentimentale? Venne il tempo del grano e della trebbiatura e il trescare s'appesantì della canicola e dell’uggia delle pule. Qualche dissapore comparve molto aggettivato ed oggettivato dalle dicerie. Per una sensibilità più allertata, propria delle donne, alla moglie d'Antonio, con la stagione dei frutti, cominciò a maturare un disamore, che, con poca acqua, si coltivò. Alla nuova primavera era già quasi un rifiuto, che il giovane non volle e non seppe capire; che egli era invece già pronto alle nuove mes-si, alla nuova fienagione, alle nuove suggestioni ai rinverdimenti, ai rinturgidamenti delle marze. Quando le volontà della moglie d'Antonio furono reiterate con arbitrio esiziale, il giovane iniziò a provare un afoso assolato rancore. La moglie d'Antonio tornava al marito? Quale altra deriva prende-va, e con chi? La gelosia del giovane entrava nel suo labirinto egotico e perdeva le redini. Venne la stagione dei prati e il grano, già di una verdezza tenera soggiaceva all’ondeggio del pennello meta-cronale del vento e le forche e i rastrelli attendevano. Il giovane aveva ormai perso il filo dei giorni e dei santi e la moglie d'Antonio ora fuggiva alla sua vista e n’aveva una preveggente paura. La chiostra dei monti d'Assergi è forte, aspra e bella e nemmeno quando s’ammanta della candidezza nivale sorri-de. I giovani fatturati dalla sua tragicità valanghiva. La trama era ormai logora e se ne intravedeva la malombra del disegno originale…Temeva le ricuciture e i racconci. C’è chi agogna un'imene indeflo-rato ed un’anima intonsa. C’è chi desidera, c’è chi dolora, c’è chi colora. C’è chi si logora. C’è sem-pre chi mormora. Ancora c’è il papavero che del sangue sacrificale s’imporpora. C’è tutto il male che viene ancora perché i destini come le acque imparate scorrono nella propria gora. Un giorno, la mo-glie d'Antonio coglieva, nella piazzetta, l’acqua alla fontanella di ghisa con la conca di rame, per un battesimo tutto nuovo. Quel giorno colse l’acqua per una sete che non rinfrancò …Era pure l’acqua sapiente che generò San Franco e che cantò Santino… Il borgo stava… Le mura medievali tenevano in ostaggio la ferrea teatralità… Il sole complice suo malgrado…Dall’orologio della torre, il tempo, varcato il baricentro, già precipitava in logore virili gocce di suono…Le ore s'avvedevano della trap-pola deterministica…Gli eventi non avvenuti ancora agognano un'espiazione…Ciò che accadrà, acca-drà…La canicola ospita il coro prefico dei grilli…Il destino segnò col suo dito nodoso, non interpretò, lesse, sul suo libro annoso e tiranneggiò il tempo, con il matematico relativismo tenuto nelle sue sca-tole cinesi…La donna coglieva l’acqua. Lucia era il suo nome e quel giorno, lo possedette per sem-pre. Giovanni il nome del giovane contadino che da quel giorno lo riconobbe sulle carte brutte." Mia o di nessun altro!.. "Giovanni appostato, come un rapace, ad una finestra della casa paterna agguantava con gli occhi e dominava la piazzetta con la doppietta imbracciata, non padrone della superbia del destino. Il destino non commisurò la quantistica biochimica del rancore di Giovanni e, la fuga entro-pica dell'irreversibilità, celebrò solo il servilismo meccanicistico della balistica. L’acqua della fonta-nella scorse liscia, quel giorno, senza gorgoglii o nodi premonitori e, si saturò di porpora, solo al mo-mento esatto che il colpo ebbe lacerato, in progressione coassiale, una famiglia di bolle temporali, passando prima per il cuore di Lucia. Da un atto povero, la morte. La vita, la sublimazione dell'in-commensurabilità. Le nubi si pietrificarono in rocce e montagne, i pensieri in cirri e il sole s’appisolò altrove la sera. Lo sparo superbioso di cinetica e cieco di relatività, fu confinato in un universo di bol-le in cui si trovarono, di colpo, tutti i rosari esplosi come palloncini, e il passato e il futuro furono un attonito presente. La progressione balistica del colpo soggiacque alla cavitazione temporale del cuore di Lucia. In quel presente, orfano di un passato e assassino del futuro, il cuore simpatetico d'Antonio seppe. Come si sanno le cose che si temono. Un microcosmo, con una tensione superficiale, come una pietà più tenace, confinò il dolore dentro quello umano. Antonio non seppe mai trovare un metro al suo dolore e, da subito, tornò alla Merica con le caravelle di Colombo, e ancora indietro in un utero, finché il dolore coprì la sua ombra. “ Io sono, tu sei, egli è…Ha!...Ha!... Ha! ...Ha!...Ha!...Ha!..."Le figlie, non per fare altro male, gli furono portate via da una sorella sposata senza figli, che le allevò con amore di madre, e le istruì alla dimenticanza ed ad una vita quasi normale. “Io sono, tu sei, egli è Ha!... Ha!...Ha!...Io sono, tu sei, egli è,…Ha!...Ha!...Ha!" Quando io lo conobbi, Antonio, era passato circa un lustro da quei fatti, ed egli non sapeva ancora se, io sono, tu sei, egli è…Ha!...Ha!...Ha!...Ha!...Ha!...Ha!... Io non sono, tu non sei, egli non è…Ma questa è un’altra storia, questa è veramente un’altra storia… eppure la storia di un uomo è la storia degli uomini. ******** Nella prima metà degli anni ottanta avevo, senza appagamenti particolari, appena circumnavigato il promontorio della mia maggioretà e m’avviavo ad un’età ragionata. Per destino condiviso, ero chia-mato ad una delle tante elezioni politiche o amministrative o d’usi civici, o chissà che. Politiche na-zionali. Nel seggio facevo lo scrutatore. Il ruolo mi permetteva di indagare i punti cardinali delle insindacabilità anagrafiche; così le facce, che conoscevo e non conoscevo, avevano gli anni e le misure e si potevano preludire gli affanni, le frusrazioni e i sogni fors'anche: ad avercela tutta quest'in-tellezione predittiva. L’età era poca, la mia, anche se già si saturava d'affanni e mortificazioni che, con l’abbrivio delle mie propensioni naturali m'istruivano all’ispirazione di un patos melanconico. Con le ortogonalità di questa grammatica, cercavo le ragioni delle tensioni umane. Le pesavo e ripesavo per estrarne dalle scaturigini le unità primigenie: i multipli e i sottomultipli. Un cartesianesimo che m'af-francasse dal pericolo che il fardello insostenibile del libero arbitrio mi lasciasse agorafobico nei ter-ritori sconfinati delle possibilità. Avevo necessità di una pletora di termini, di pietre miliari, di trigo-nometrie, di confini e contiguità. Erano i miei anni nei quali preferivo essere un libero schiavo piut-tosto che uno schiavo libero. Il dolore patito e compatito era la prova che ero uno strumento e che potevo essere suonato; che il mio violino aveva tutte le corde ben partite con la consona compitezza e il lirismo n'era la propensione prospettica. Amavo gli umili e i sofferenti, me li sentivo naturalmente consanguinei. Cercavo in loro l’avallo che v'erano porte che aprivano verso orizzonti intelligibili dove la coscienza fosse sverginata, con un relativismo che deridesse la catorbia Newtoniana. Comparve al seggio un signore, un uomo, assieme ad Aldo, un signore del paese, più giovane, che conoscevo. L'altro, anziano, con una giovinezza rappresa. Mite, franco e libero m'apparve, eppure tenace e altero. Nella pienezza istituzionale del mio ruolo, che nel frangente rappresentavo, ligio alle disposizioni impartitemi, chiesi le generalità anagrafiche per esplorarle sul registro, così da potergli concedere il diritto di voto. Capite le mie intensioni: “No” Mi disse con una vocazione manifesta d'essere piano “No non voto perché io ho fatto un omicidio” Con una naturalezza che mi servisse di lezione. E mi servì. “Aldo lo sa bene, tu sei troppo giovane” come a dirmi. Tu non puoi sapere ancora quali e quanti sono i lacci che possono intrecciare e legare una vita. Non proferii parola perché da subito m’allagò la mia marea d’inadeguatezza. Però pescai nella mente un lume e le vestigia di un ricordo: Giovanni! Giovanni da qualche giorno tornato dalla stessa Merica d'Antonio. Non con la galera che era stata quel che era stata, ma con la Merica, con la sua emigrazione nella Merica pagava e aveva pagato. Antonio e Giovanni un nodo di destini, chi aveva pagato preventivamente, chi dopo, chi troppo, chi meno, con la stessa moneta però. La Merica. La Merica speranza per Antonio, con-trappasso per Giovanni. Quando il cuore si cavita qualsiasi sangue l'empie e lo consola. Il cuore di Antonio era grottoso, per il mal d’America. Quasi da ragazzo, anch'egli, per sfuggire alle avvisaglie di un cupo e misero destino, con una risolutezza insospettata al suo carattere, aveva sfidato il mare riponendo, oltre esso, le sognate speranze.Tornò attonito, grottoso, diverso, nuovo e più vecchio, sformato e sconfitto dalla scoperta che in quei luoghi “non gli faceva l'aria”; che al di là di quel cielo di mare ci fossero che commistioni strane di gas e anidridi dell’aria, e gravità nuove e più grevi, e solitudini incolmabili, e desideri invaniti, benché raggiungibili, e che le volontà della coscienza e dell’anima soccombevano al cospetto delle oscure forze e leggi primordiali e vegetali della natura d'uomini-albero. E che ogni anno che passa, un nuovo anello in più concatena un ancor più crudo dolore metereopatico tra il cuore e le foglie. Il cuore d'Antonio era grottoso e l'acqua saputa e leggera di Lucia l’aveva costipato. Cosicché Antonio gli aveva elargito e assecondato una gratitudine e una riconoscenza oltre le ragioni. Non poteva esservi ragione che incrinava la sua gratitudine per una salvazione che non gli era forse nemmeno più sognabile e che pure c’era stata. Tutto questo capì anche Giovanni con la Merica. Il contrappasso legava ad un destino ciclico le scarpe di Giovanni a quelle d'Antonio con stringhe tenaci e inestricabili. La Merica; la nuova galera per Giovanni. Oppure una salvazione?

Gianni Sansoni

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25-12-2017 - Auguri di buon Natale e Felice Anno Nuovo a tutti i lettori di Assergi Racconta!

Assergi Racconta

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24-12-2017 - A tutti I parenti e amici che leggono Assergi Racconta calorosi auguri per un Buon e Santo Nale e per l’Anno Nuovo con la speranza sia portatore di pace, gioia, e salute per tutti.

Frank Medoro (Canada)

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24-12-2017 - Il grande illuminista Voltaire affermava che quandanche non fosse in sintonia con una affermazione contraria alle sue visioni, si sarebbe fatto ammazzare, pur di permettergli di manifestarla. Semplice, illuminata apertura di pensiero. Potrei anche dire che non tutto ciò che è popolare è vero, e anche che non tutto ciò che è vero è popolare. Le verità, a volte, hanno più dimensioni degli universi paralleli. Disconoscerne i probabili sentieri è pura cecità. Non chiedo altro che tali minime riflessioni compaiano. La tua grandezza morale, anche in questa piccola operazione può trovare cimento. Auguri per le feste.

Giacomo sansoni

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14-12-2017 - Cara Eugenia Vitocco, ti ringrazio per l'attenzione che hai riservato al mio racconto.. Più che un brano di storia, si tratta di un'espressione di sentimenti: omaggio alla memoria di mio nonno, legame affettivo con i nostri emigrati, riconoscenza nei confronti di chi ha fatto molti sacrifici. Se il mio modesto scritto avesse emozionato tanti italo-americani come te, ne sarei lieto. Permettimi infine di complimentarmi per il tuo ottimo italiano, che sembra quello di una persona istruita che vive in Italia. Saluti cordialissimi. Giuseppe Lalli.

Giuseppe Lalli

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05-12-2017 - Nel mio racconto " Il treno dell'America" ho fatto menzione di due località della Pennsylvania dove gli assergesi avevano lavorato negli anni venti e trenta, nelle miniere di carbone. Ho riportato i nomi in maniera approssimativa, cercando di indovinarne la grafia dall'incerta pronuncia di mio nonno. Ho scritto " Dodleen" e " Manesville", In realtà si tratterebbe di " Dutley", località di cui peraltro non ho trovato traccia su Google ( si tratta sicuramente di un villaggio minerario non più esistente ) e " Minerville", cittadina di oltre quattromila abitanti tuttora esistente in Pennsylvania, nella contea Schuylkill. Sono grato a Giambattista Giusti, nostro compaesano che vive nel New Jersey, per questa precisazionee per l'attenzione che ha riservato al mio scritto. Mi piacerebbe capire dove ha attinto l'esatta denominazione di queste località. Mi scuso col i lettori di "Assergi Racconta" per questa imprecisione.

Giuseppe Lalli

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Risposta di G. Giusti - 07-12-2017
La fonte delle informazioni sui paesi di cui si fa riferimento nell'articolo di G. L. e': www.wikipedia.org. - Dudley, Penna. Huntington County Population in 2016: 186, in 1930: 494. - Minersville, Penna. Schuykill County Population in 2016: 4214, in 1930: 9392.

Risposta di [email protected] - 09-12-2017
Negli anni '50, le visite dei vecchi parenti e paesani da Detroit erano spesse a noi in Windsor. Io ricordo i loro racconti della vite minerarie di loro o di altri che loro conoscevano. Parlavano sempre delle miniere della Pennsylvania e della loro vita dura in Dudley. Anch'io fece ricerche la settimana scorsa per sapere se in Dudley ci fossero state miniere di carbone. Questo me la confermato State University. Hi Frank, Based on some preliminary research, it looks like there were some mines that were active in the area in the 1920s and 30s. You can look here to search for some of the mine maps of the area: http://www.minemaps.psu.edu/. Thanks, Elise Gowen Earth and Mineral Sciences Librarian Earth and Mineral Sciences Library Penn State 105 Deike Building University Park, Pennsylvania 16801 814-863-7324

Risposta di Eugenia Vitocco, USA - 14-12-2017
Caro Guiseppe Lalli, Oggi come di consueto ho goduto dei miei liberi spiazzi di tempo, leggendo e rileggendo il tuo scritto su Assergi Racconta. L’ho goduto perche` ha risvegliato in me la storia vissuta di tanti nostri parenti e compaesani li` in Pennsylvania. Hai trascritto una rassegna di racconti, molto comuni ed uguali a quelli che io ho ascoltato nei primi miei anni qui in America. Essi nostri compaesani, nel raccontarli, sebbene avessero affrontato durissimi lavori, li narravano come una meravigliosa favola, orgogliosi e felicissimi di avercela fatta. I nomi dei paesi erano gli stessi che tu hai elencato, tutti tra i South Mountain e Blue Mountain dell’Appalachian Mountain Range in America, dove il loro lavoro e i loro sogni si univano per la realizzazione di un future migliore. Grazie per il tuo scritto. E` stato uno stimolo per farmi ricordare tanti compaesani e miei famigliare che in gran parte riposano nel cimitero “Ave Maria” in Dudley, PA. Un caro saluto, Eugenia Vitocco, USA

28-11-2017 - Ho sentito parlare dell'America fin da bambino dai racconti di mio nonno materno, che si chiamava Giambattista. Spesso, nelle sere d'inverno, quando nelle case del paese la televisione non era ancora diffusa, insieme alla famiglia raccolta intorno al grande focolare della casa patriarcale, lo ascoltavo rapìto mentre descriveva a forti tinte le sue giornate di lavoro nelle miniere di carbone della Pennsylvania. Raccontava di massacranti turni di lavoro sotto terra, in una condizione di costante pericolo, “con la morte sempre davanti agli occhi“, come ripeteva spesso, e con baracche di legno per ricovero. Ricordava perfino, con tragico realismo, di avere a volte riportato alla luce pezzi di corpo di minatori morti sotto terra. Ma riferiva anche di episodi allegri e piacevoli, come quando, complici la giovane età e le tempeste ormonali, la domenica usciva con i suoi compagni di lavoro e insieme cercavano di abbordare le ragazze del posto. La frase di rito era sempre la stessa: “Will you go along with me?”, che nel loro inglese maccheronico voleva significare: “Vuoi venire a fare una passeggiata con me?" ; o come quando prendevano in giro un compaesano più attempato che, benché stesse in America da qualche anno, non riusciva a spiccicare una sola parola d'inglese, ad accezione di una frase (“Give me car!”) che ripeteva come un mantra ogni volta che, nel lavoro in miniera, doveva chiedere al compagno di turno che gli avvicinasse il carrello da riempire con palate di carbone appena estratto. Appena lo vedevano, i più giovani si davano di gomito e ripetevano a vicenda: “Give me car...Give me car“. Ricordo ancora i nomi delle località in cui era vissuto: Dodleen, Manesville, Altoona. I primi due dovevano essere poco più che villaggi sorti accanto alle miniere, mentre Altoona doveva essere già allora una popolosa cittadina non molto lontana, nonché un importante snodo ferroviario. Più raramente nominava Pittsburgh, parlandone come di una grande città lontana, ma non troppo. Benché i suoi ricordi fossero colorati di fatica e di sacrificio, mi pareva di cogliere sempre nelle sue parole una grande nostalgia. Non si trattava solo di rimpianto per la lontana giovinezza, c'era dell'altro. Era cresciuto, come tanti giovani contadini poveri del tempo, con il mito dell'America come promessa di benessere e di riscatto da una eredità di miseria. Parlando dell'America a volte sospirava, come se pensasse a un paradiso perduto o a una bellissima donna conosciuta e che non avrebbe più rivisto. Si leggeva nel suo viso il rammarico per aver perso il treno della vita, quello che passa una volta sola. E proprio di un treno si era trattato. Era partito in America a soli sedici anni, alla vigilia della Grande Guerra, chiamato da una sorella maggiore che stava lì con il marito da qualche anno. Era andato “come turista”, come ripeteva spesso, con un permesso che doveva rinnovare ogni sei mesi. Arrivato a New York al termine di un viaggio in nave durato un mese, aveva dovuto fare la quarantena a Ellis Island, dove i medici americani, a sentir lui, facevano visite scrupolosissime (“Ti guardavano perfino alle...parti basse”, sussurrava con un certo pudore). Si era poi diretto ai campi minerari della Pennsylvania. Aveva lavorato molto alacremente. Il direttore della miniera (il Boss, come lui lo chiamava), lo aveva preso a benvolere ("Ok John”, gli diceva dandogli una pacca sulle spalle). Non avendo la cittadinanza americana e essendo trascorsi i cinque anni richiesti per ottenerla, aveva deciso, un giorno in cui alla miniera non si lavorava, di andare a farne richiesta nella vicina città di Altoona. Si era alzato di buon'ora, ma nonostante ciò, aveva perso il treno, e da allora non ci aveva più pensato. Dopo qualche tempo, si era ripromesso di tornare in Italia, magari di conoscere una ragazza da sposare, e poi ripartire in America. Era il 1922 quando decise di partire, non aveva ancora compiuto ventiquattro anni. Non era informato, come tutti i suoi compaesani e compagni di lavoro, della situazione di instabilità politica che in quel periodo regnava in Italia e che di lì a poco avrebbe portato al potere il Fascismo. Qualcosa però aveva sospettato, perché mentre insieme a tanti altri italiani si imbarcava al porto di New York, qualcuno aveva loro gridato: “Ma che tornate a fare in Italia, là ci sta la rivoluzione!”. Non ci aveva dato peso e, comunque, era troppo tardi. Tornato che fu, poco dopo, ricevette la cartolina di precetto per il servizio militare, che non aveva fatto e a cui doveva assolvere, essendo ancora un cittadino italiano. Prestò servizio a Cecina Marina, in provincia di Livorno, inquadrato nel “13° Reggimento di Artiglieria Pesante Campale”. Ci teneva a precisarlo, perché era il reparto in cui mettevano gli abruzzesi, “persone toste”. Finita la naia, dovette rassegnarsi a non poter più tornare in America: Mussolini, giunto al potere, aveva chiuso le frontiere a tutti coloro che non erano cittadini americani. Nel frattempo aveva conosciuto mia nonna, con la quale si sarebbe sposato di lì a poco. Essendo un giovane probo e laborioso (“lavoratòre e co' la testa n'desta“, come si dice dalle nostre parti), utilizzò i risparmi dell'America per acquistare qualche pezzo di terra da coltivare e per costruire insieme al fratello una modesta casetta, che io ho avuto l'onore di ereditare. Quante volte lo sentii inveire contro la malasorte che gli aveva fatto perdere quel treno... L'America se la sognò per tutta la vita e ancora da vecchio, quando un emigrato tornava al paese in vacanza, dava fondo a tutta la sua memoria, pur di scambiare qualche parola in inglese (“in americano”, come diceva lui). Così, per nostalgia... Benedetta America!... La poesia che segue è di Filippo Crudele, poeta locale nato a Marana di Montereale, poeta di vocazione, non certo di professione, ammesso che la poesia possa essere qualcosa di diverso rispetto alla vocazione. Parla della lontananza dalle proprie radici e della necessità, per l'uomo o la donna, di essere fedele alla propria vocazione di persona anche nei posti diversi dove la vita potrebbe averci condotto. E' dedicata a tutti gli emigranti e in particolare ai nostri compaesani assergesi sparsi nel Mondo. LUOGO PERDUTO Se un giorno in un luogo lontano e diverso dal tuo, troverai la pace e l'amore sognato, scoprirai un uomo nuovo e il luogo perduto. Il primo giorno all'asilo piangevi, ma presto conoscevi un altro bambino e crescevi tranquillo. Imparavi a volare e lasciavi il tuo nido in cerca d'amore e per sentirti libero. Un altro uomo ha costruito il suo nido lontano da quello natìo, ma porta con sé i colori e l'amore di figlio. ( Filippo Crudele )

Giuseppe Lalli

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25-11-2017 - E' venuta a mancare all'affetto dei suoi cari all'età di 85 anni Silvana De Bartolo ved. Santini. Il figlio Roberto ne da il doloroso annuncio. I funerali si svolgeranno lunedì 27 Novembre alle ore 10:30 nella Chiesa parrocchiale di Assergi. A Roberto giungano le condoglianze della redazione di "Assergi Racconta".

Assergi Racconta

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25-11-2017 - ...OGGI,, 25 NOVEMBRE 2017 "GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE"...anche oggi, è un nuovo giorno, un giorno particolare che ci stimola ed invita, come dovrebbe accadere ogni giorno, a riflettere ed indignarci sempre sulle drammatiche, inaccettabili ed incomprensibili violenze fisiche, morali e psicologiche che le donne hanno subito e continuano a subire quotidianamente, soprattutto da parte degli uomini, spesso di coloro verso i quali ripongono la loro massima fiducia, che dovrebbero amarle e proteggerle e che, al contrario, diventano i loro peggiori e più efferati aguzzini criminali e, per questo, credo che dovrebbe essere la parte sana soprattutto degli uomini a far sentire alta la loro voce a difesa e contro la violenza sulle donne, nonostante anche ieri, come un triste ed inaudito "bollettino di guerra" le cronache ci hanno portato a conoscenza di nuovi efferati delitti perpetrati contro di loro; fermo restando che, ogni genere di violenza va sempre ripudiata e combattuta, a maggior ragione quando essa viene perpetrata a danno dei più deboli, come possono essere i bambini, gli anziani e le donne che, appunto, tutti noi dovremmo onorarLe e ringraziarLe e poter dire loro come massimo segno di riconoscenza "grazie di esistere" per il loro mai abbastanza riconosciuto "Ruolo" di Donna, Moglie, Compagna e soprattutto il fascino e l'arduo compito di essere "Madre" come "complemento" essenziale dell'uomo per poter essere "Padre"; dipende anche da ognuno di noi, con i nostri insegnamenti, contribuire ed invitare al rispetto, al sano, giusto e corretto equilibrio nell'ambito del nostro agire con esempi e gesti quotidiani, cercando sempre di allontanare, nel limite del possibile, atteggiamenti e comportamenti verbali e fisici che possono portare con se ed alimentare violenza, aggressività, insofferenza, ma tenere sempre lo spirito predisposto alla giusta e doverosa attenzione sapendo ascoltare, confrontare, dialogare e, soprattutto, cercando di saper comprendere le ragioni dell'"Altro"; quindi, come in ogni ricorrenza, nel giorno della "memoria", poiché memoria vuol dire ricordo di fatti, avvenimenti, accadimenti, eventi, siano essi positivi o negativi, la speranza non deve mai essere sopraffatta dalla rassegnazione, sarebbe un mondo senza prospettive, soprattutto per le future generazioni, per le quali, ognuno di noi deve sentirsi, in qualche misura, obbligato a lasciare loro un possibile mondo migliore, contro la violenza e favorendo e lasciandoci prendere ed anche sorprendere da Sentimenti d'amore, offrendo sempre loro, in modo ideale, virtuale o reale la bellezza ed il profumo di un fiore. Un abbraccione ideale a tutte le donne.

Franco sab

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23-11-2017 - ...questo brevissimo messaggio, nel giorno del Suo compleanno, è dedicato al nostro caro ed indimenticato Emanuele Mosca..."non è facile inviare un augurio a chi, in un giorno particolare di una felice ricorrenza, ha invece oltrepassato la dimensione della nostra esistenza terrena ed è salito più in alto al di la della nostra immaginazione, ma vuole essere un modo per testimoniare sempre il Suo ricordo nel nostro cuore e nella nostra mente, certi che saprà essere da guida e luce nel cammino terreno dei Suoi affetti più cari e dare Loro la forza ed il coraggio per vivere ed amare la vita anche in Sua memoria"...con questo Sentimento, il mio augurio possa raggiungerlo in ogni luogo...ciaooooooooo Manu...

Franco Sabatini

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31-10-2017 - LA FAMIGLIA RONCO RINGRAZIA - "Laura e Gabriele ringraziano di cuore tutti gli amici di Assergi che hanno partecipato con grande affetto all'ultimo saluto al caro Cristiano"

Laura e Gabriele

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30-10-2017 - Un lieto evento rallegra la comunità di Assergi. Fiocco azzurro in Via Portella per l’arrivo di Alessandro Rapiti. E’ nato giovedì 19 Ottobre alle 2:15 del mattino, pesava 3150 grammi. Incontenibile la gioia di mamma Angela, del papà Pierluigi e del fratellino Riccardo che ha 4 anni e non gli sembra vero di avere un bellissimo fratellino. Anche i nonni: Anna Giusti, Angelo Rapiti, Antonella Moretti e Lionello Facchinei, non stanno più nella pelle per l’arrivo di Alessandro. Il parto è avvenuto all’ospedale San Salvatore dell’Aquila, Alessandro Gode di ottima salute e anche la mamma è in perfetta forma. Ai genitori Angela e Pierluigi, al fratellino Riccardo e ai nonni Anna, Angelo, Antonella e Lionello, giungano i migliori auguri dalla redazione di "Assergi Racconta"

Assergi Racconta

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21-10-2017 - In Sydney (Australia è venuto a mancare all'affetto dei suoi cari Luigi Spennati di anni 97. Le figlie, i figli, i generi, le nuore ne danno il triste annuncio. I funerali sono stati celebrati in Australia. Ai parenti di Luigi giungano le condoglianze dalla nostra redazione.

Assergi Racconta

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21-10-2017 - In Moorebank (Australia) è venuta a mancare all'affetto dei suoi cari all'età di 82 anni Paolina Zaccagnini (Lina) ved. Mosca. La figlia, la nuora, i nipoti, il fratello ed i parenti tutti ne danno il doloroso annuncio. I funerali sono stati celebrati in Australia, una S. Messa in suffragio è stata celebrata il 14 Ottobre nella Chiesa Parrocchiale di Assergi. Ai parenti di Lina giungano le condoglianze dalla nostra redazione.

Assergi Racconta

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21-10-2017 - Laura e Gabriele privati dell'affetto del loro amato Cristiano Ronco invitano gli amici all'estremo caro saluto. Sabato 28 Ottobre 2017 alle ore 11:30 nel cimitero di Assergi. A Laura e Gabriele giungano le condoglianze dalla nostra redazione.

Assergi Racconta

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12-10-2017 - Mercoledi 18 ottobre ore 17.30 verrà celebrata una messa in suffragio di zio Luigi Spennati

sandro pace

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16-09-2017 - Vorremo ringraziare dal primo all'ultimo...da chi ci ha dato un abbraccio appena accaduto a chi tuttora non esita a darci comunque un abbraccio...ai parenti in Australia (thank you) e non, che si sono precipitati a chiamarci subito ed a mandare messaggi di conforto. È bellissimo vedere con i nostri occhi che nonno ha lasciato un segno indelebile nel cuore di chi è vicino e chi è lontano. Un saluto a tutti ed un ringraziamento che parte dal profondo del nostro cuore. ❤️ Lina, Sandra, Angela Maria, Andrew, Claudio, Maurizio, Matthew Anthony

Matthew Anthony

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13-09-2017 - Non so ringraziare abbastanza Nadia D'antonio, Valerio Faccia e gli altri amici (stretti) presenti alla serata organizzata per far tornare giovane Clemente e fargli scordare il suo malessere (anche per una sola serata)! (Tutto poco fa...) Mi rincuora sapere e vedere a quanta gente speciale è riuscito a farsi volere bene grazie alla sua simpatia ed il suo caratterino a dir poco strano 😂 Per questo vorrei ringraziare tutti coloro che erano presenti (fisicamente e non) durante questo periodo molto duro per lui ed infine accompagnarlo fino alla fine (della sua sofferenza)! Clemente voleva vivere fino all'eternità continuando a fare ciò che sapeva fare meglio... trasmettere energia ed ispirare altri. Per questo ora tocca a me/noi continuare a camminare nei suoi passi, e farò/faremo tutto il possibile per non deluderlo e lasciare un mondo migliore di come lo abbiamo trovato, come fece lui! Grazie!

Andrew Rivelli

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09-09-2017 - Alla moglie Lina, a Giuseppe suo fratello e alle rispettive famiglie giungano i sentimenti di cordoglio per la scomparsa di Clemente da parte di me Peppino Lalli e di mia moglie Stefania.

Giuseppe Lalli

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09-09-2017 - Partecipiamo al vostro dolore per la perdita di di Clemente. Famiglia Masciocco

Masciocco Gianfranco

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09-09-2017 - Commare LIna, a te figlie generi nipoti, sorelle e cognati tutti e rispettive famiglie, in Italia e Australia, sincere condoglianze. Una preghiera particolare affinchè Dio vi dia tanto coraggio e vi sia sempre vicino, alleviano il vostro dolore. Ricordiamo i bei momenti passati i insieme, sia lavorando o in altre occasioni. Il compare Clemente era sempre l'attrazione di tutti.Lo vogliamo ricordare amichevole sorridente allegro, e pronto sempre ad aiutare tutti.Lui che è alla casaPaterna non soffrirà e non avrà piû dolori ( Riposa in Pace Clemente) resterai sempre nei nostri cuori.

Francesco e Gina Pace

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08-09-2017 - Partecipiamo con affetto al dolore della famiglia per la scomparsa del caro Clemente. Lo ricorderemo sempre come una persona affabile e gentile. Sicuramente lo accoglieranno gli angeli e lo presenteranno al trono del Padre nostro. RIP

Giannangeli Maria Teresa (di C

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08-09-2017 - Cara Lina, le nostre piu' sentite condoglianze. Giambattista Giusti e famiglia.

Giambattista Giusti

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08-09-2017 - Cara Lina, Angela Maria, Sandra e famiglie vi giungono le nostre sincere condogliannze per la scomparsa del caro Clemente. I nostril cuori si uniscono al Vostro dolore e preghiamo che Dio dasse a tutti voi la forza e rassegnazione nel sapere che Clemente adesso e' in Paradiso e che ora I suoi sofferimenti di questo mondo sono finiti. Con tanto affetto da Antonio e Elisabetta Giusti, figli e famiglie.

Tony & Elizabeth Giusti

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08-09-2017 - La comunità di Assergi si unisce al dolore della famiglia per la scomparsa dell'81enne Clemente Giampaoli, titolare dell'Hotel Giampy gestito dalla sua famiglia. E’ morto questa notte nella sua abitazione ad Assergi, ha combattuto contro la malattia e non si è mai arreso, ha dimostrato un coraggio incredibile, convinto di poter guarire. Era uno dei tanti assergesi che nel dopoguerra hanno deciso di cercare fortuna oltreoceano in Australia, con la classica valigia di cartone. Partendo dai lavori più umili è riuscito a fare fortuna ed è diventato un importante costruttore nel sud Australia. Si è sempre fatto apprezzare per quel bagaglio culturale, fatto di semplicità e senso del dovere che accomuna tutti gli assergesi. Non ha mai perso il contatto con le sue origini, e nonostante la lontananza è sempre tornato in paese anche due volte l’anno in occasione delle feste patronali, portando in processione stendardi e santi. Nel 1996 ha coronato il suo vero sogno…tornare ad Assergi, orgoglioso di questa scelta di cui non si è mai pentito... I funerali si svolgeranno domani 9 settembre alle 15:30 nella Chiesa Parrocchiale di Assergi.

Assergi Racconta

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08-09-2017 - oggi é venuto a mancare mio zio Clemente Giampaoli che riposa in pace un pezzo del mio cuore si é spento. Già mi manchi zietto.

Giampaoli Mimma

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18-08-2017 - Il 28 giugno 2017 é venuto a mancare mio marito Claudio un grande amante del gran Sasso e soprattutto di campo imperatore, nonché del borgo di Assergi dove aveva comprato una casetta in via dell'arco per recarsi comodamente a sciare. Abbiamo partecipato ogni anno alla presentazione dei calendari ed era molto amico di Franco il barbiere ed Angela sua moglie. In sua memoria gradirei che fosse ricordato.

Adele Campograssi Ticconi

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Risposta di Antonio Giampaoli - 19-08-2017
Ho avuto modo di intervistare Claudio a Campo Imperatore e ho apprezzato molto il suo amore nei confronti della nostra montagna e del nostro paese. Ci mancherà molto. Condoglianze ad Adele.

01-08-2017 - E' venuto a mancare all'affetto dei suoi cari Giambattista Mosca di anni 79. La moglie, i figli, i generi, la nuora, i nipoti, le sorelle, i fratelli ed i parenti tutti ne danno il triste annuncio. I funerali si svolgeranno mercoledì 2 Agosto alle ore 15:30 nella Chiesa parrocchiale di Assergi. Ai parenti di Giambattista giungano le condogliane della nostra redazione

Assergi Racconta

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01-08-2017 - Il giorno 30 Luglio veniva mancare all'affetto dei suoi cari Domenica Maria Mosca ved. Acitelli di anni 96. Ne danno il triste annuncio i figli, la nuora e i nipoti. I funerali avranno luogo il giorno 1 Agosto alle ore 11:30 presso la Chiesa di Santa Maria Assunta di Assergi. Ai parenti di Domenica giungano le condoglianze dalla nostra redazione.

Assergi Racconta

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Risposta di - 02-08-2017
Grazie a tutti per la vicinanza e la partecipazione dimostrata nei confronti della nostra cara Mamma. Pierino e Antonietta Acitelli

31-07-2017 - Con tanto affetto inviamo le nostre sincere condoglianze alla cara Angela, figli e famiglie nella perdita del loro caro Franco. Antonio e Elisabetta Giusti e famiglia

anonimo

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30-07-2017 - Vicino al vostro dolore per la scomparsa del caro Franco, vi giungano le nostre più sentite condoglianze. Rita e Giancarlo DeLuca

anonimo

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29-07-2017 - Presso l'Ospedale San Salvatore è venuto a mancare Franco Rivelli di anni 83. Ne danno il triste annuncio la moglie, i figli, le nuore, i nipoti, il fratello ed i parenti tutti. I funerali si svolgeranno lunedì 31 luglio alle ore 11 nella Chiesa parrocchiale di Assergi. Dopo la funzione la salma sarà tumulata nel cimitero di Tivoli. Ai parenti di Franco giungano le condoglianze dalla nostra redazione.

Assergi Racconta

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26-07-2017 - E' venuta a mancare all'affetto dei suoi cari all'età di 88 anni Maria Napoleone Vedova Acitelli. Ne danno il triste annuncio amici e parenti . I funerali si svolgeranno giovedì 27 Luglio alle 15:30 nella Chiesa parrocchiale di Assergi. Ai parenti di Maria giungano le condoglianze dalla nostra redazione.

Assergi Racconta

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17-07-2017 - A Sandro e tutti in famiglia, ricordiamo con affetto Zia Domenica e vi siamo vicini nel vostro grande dolore!Sentite condoglianze. Giacomo ,Anna Maria e famiglia .

Anna Maria Mosca

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Risposta di sandro pace - 20-07-2017
anna maria e giacomo un affettuoso ringraziamento

16-06-2017 - a Sandro e Mariassunta anche se in ritardo le più sentite condoglianze Nella e Giovanni

anonimo

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Risposta di sandro - 17-06-2017
Nella e Giovanni grazie anche a nome di Mariassunta.

01-06-2017 - E' venuta a mancare all'affetto dei suoi cari all'età di 92 anni Domenica Spennati ved. Pace. I figli il genero ed i nipoti ne danno il triste annuncio. I funerali si svolgeranno venerdì 2 Giugno alle ore 15:30 nella chiesa parrocchiale di Assergi. Ai parenti di Domenica giungano le condoglianze dalla nostra redazione.

Assergi Racconta

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Risposta di Sandro Pace - 03-06-2017
Un grazie di cuore a tutti quanti hanno partecipato il nostro dolore per la scomparsa di nostra madre. Sandro e Mariassunta Pace

22-05-2017 - Ciao Marco, congratulazioni e auguroni per il tuo bel traguardo!!! Tutti noi siamo lieti e fieri di te. Un forte abbraccio a tutti, zia Anna Maria, zia Angela e rispettive famiglie.

Anna Maria Mosca-Cerulo

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11-05-2017 - Agapito abbiamo saputo la triste notizia, vivissime condoglianze,ti siamo vicino nel dolore. Coraggio .Letizia "Riposa in Pace"

Francesco e Gina Australia

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04-05-2017 - Siamo restati molto dispiaciuti nel leggere la triste notizia che Agapito ci ha communicato, nonostante che solo in paio di settimane fa parlandogli al telefono ci disse che erano preoccupati per Letizia spigandoci che aveva perso l'appetito. La breve spiegazione che Agapito ci ha dato a riguardo di che persona era Letizia ci aiuta a comprendere le bonta' e giudizio che aveva Letizia. Agapito, Elizabeth & I and all our children and their families offer the whole of Letizia's extended family our sincere condolences but in particular to yourself and Cindy whom we have had the pleasure of talking to her on the telephone on more than one occasion and we consider her to be one amazing woman which is not surprising, being Letizia's daughter. Our Thoughts and sympathy are with the whole family at these sad times and offer each and everyone in the extended Letizias family our deepest sympathy. Tony & Elizabeth Giusti our children and their families.

Tony & Elizabeth

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04-05-2017 - Ho appena letto la triste notizia .della scomparsa della cara .letizia mosca .sorella di .agapito. ai fighi e tutti parenti .giungano le nostre sentite condoghianze pietro

cipicchia pietro

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04-05-2017 - Lunedi, primo maggio 2017, presso l'istituzione Provinciale chiamata Huron Lodge Long Term Care Home, a Windsor, Ontario, Canada, è deceduta Letizia Mosca in Rossi. La figlia Cindy con il marito Peter, i loro figli Michael e Meaghan; il figlio Carlo con i suoi figli Carl e Joshua; il fratello Agapito con i figli Bernard ed Albert; il nipote Albert Tacca (figlio di Giovanni e Clara Tacca) con la moglie Jane e tutti i memberi delle rispettive famiglie, ne danno il triste annuncio. Letizia emigro in Canada da Assergi, L'Aquila, Italia nel 1954 ed è sempre stata residente di Windsor, Ontario. Il marito Antonio Rossi morì nel 1987 a causo di complicazioni cardiache. Letizia dotata di un carattere benevolente è rimasta sempre in buona armonia con tutti i famigliari, parenti, ed amici continuando un interazione ricolmo di bontà e rispetto verso tutti. La sua umiltà e dignita non aveva limiti. Mio figlio Albert mi ha detto piu volte "Babbo quando io parlo con Zia Letizia al telefono che è spesso; io maggiormente la solo ascolto; Zia ha sempre qualcosa buono ed interessante da dire. She never says anything bad about anyone and she is also the best storyteller that I know." Io voglio esprimere la mia più sincera gratitudine a tutti coloro che hanno avuto il desiderio di visitarla quando era a Chartwell, dopo che non fù più possibile per Cindy e Peter di tenerla in casa con loro, e qui mi sento sconfortato, ed un pò ingombrante di non poter trovare parole adequate per esprimere la mia gratitudine particolamante a Cindy, Peter, Meaghan, Michael e Carlo e tutti i loro famigliari per una così dedizione di cura e di benessere verso la mia cara sorella. Non voglio dimenticare un gentil uomo ricolmò di bontà e di belle virtu, e mi riferisco al padre di Peter (Vittorio Marras) che negli ultimi tempi quando Letizia viveva a Chartwell, Vittorio tutte le mattine a le dièci in punto gli telefonava. Grazie Vittorio sei un uomo dignitoso e merti un immenso respetto. Io sentirò per sempre il vuoto che tu cara sorella hai lasciato. Come anche sentirò la mancanza delle interazioni verbali, le tue parole ben scelte, e ben misurate, e ricolme di saggezza e notevole umiltà. Sono sicuro che non sarò solo io a sentire la mancanza di una cosi umile beltà. A nome di tutti che sento cari nel mio cuore, grazie cara sorella per averci insegnato con atti esemplari come si ama e come si respetta con umiltà e dignità. Con dolore e con eterno amor fraterno, tuo fratello Agapito del Canada. 2017-05-03 - Agapito Mosca, Windsor, Ontario

Agapito Mosca, Windsor, Ontar

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Risposta di Frank Medoro - 05-05-2017
Caro Agapito, Mi trovo in Victoria BC ed ho appena visto il tuo triste messaggio della morte della cara Letizia. Calorose condoglianze a te e a tutti i tuoi cari e quelli familiari di Letizia. La ricordo benone sia da Windsor come anche d'Assergi come una persona per bene, alerta e al corrente in discussione. She will be dearly missed.

Risposta di GIUSEPPE LALLI - 16-08-2017
Leggo soltanto ora la notizia della morte della sorella di Clara e Agapito. l'ho conosciuta quando è tornata in Italia e la ricordo come una persona umile che parlava correttamente in italiano e proferiva parole assennate. Faccio le mie condoglianze più sentite ad Agapito, del quale serbo il ricordo di una persona intelligente e che si esprime in italiano in maniera non solo corretta ma anche con stile forbito. Spero che queste mui righe lo trovino in buona salute. Giuseppe Lalli.

27-04-2017 - A maria e mario pallisco inviamo i nostri piu vivi auguri per i 60 anni di matrimonio compreso figli nipoti e fratelli giuseppe . Checchino. Nino e loro famiglie tutte da noi , sofia tiziana luca ,elena patrizia. Con affetto .bruna e pietro cipicchia

cipicchia pietro

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17-04-2017 - A proposito della splendida disanima sulla chiesa di Assergi, vorrei avanzare qualche riflessione, puramente personale, senza fardello polemico, o forse sì? Il tema è: Le pietre. Le pietre che sono un vanto e, forse l’unica vera ricchezza della nostra comunità, in tempi storici e prestorici, tale da averne determinato il toponimo stesso del nostro paese, con il suo serpente derivazionale. Il prof. Guglielmo Mattiae, come giustificato da Don Demetrio, hanno determinato, quello che io definisco scempio storico-estetico. Ovvero l’eliminazione delle splendide lastre di pietra costituenti il pavimento della chiesa stessa. Un vanto che aveva un solo difetto: la fruibilità. Non costituiva una salda, levigata, confortevole base per i nuovi banchi. Si è scelta la comodità e la saldezza posturale, nella pseudo-evoluzione-civile a discapito di claudicanti stabilità civili nella preservazione dei valori storici, pregni del sudore e del sangue delle generazioni, che per tali visioni si sono spesi. La vera civiltà passa, forse attraverso il rammendo di valvole vecchie, più che, tout-court, per sostituzione di cuori nuovi. Salva la disgregata riutilizzazione delle stesse, intendo sempre pietre, la maggior parte di esse che fine hanno fatto?. Un altro rammarico e forse anche rancore, anche se tale ultimo sentimento, non aggravia la mia tavolozza umana e, purtroppo il tempo prescrive tali rimpianti : Il coro della congrega? Che fine ha fatto il meraviglioso, levigato dal tempo e dall’uso, intagliato coro della Congrega? Al tempo fu detto che fu distrutto dal crollo del tetto. Io nutro coinvolgenti dubbi. Tanto grave l’insipienza delle maestranze, che operarono il restauro? Che non seppero, o vollero preservare tale somma opera dell’arte-artigianato, che era, e poteva ancora rappresentare un vanto della comunità. In che circuito e/o proprietà privata è stata riproposta, in forma integra o smembrata, tale esimia opera? Se non in toto, ammettendo la sua compromissione, in seguito ai lavori, a questo punto definibili, condotti con i piedi, non con la testa, che fine hanno fatto le singole parti, le tavole, i fregi e i poggiagomiti sapientemente scolpiti? Non più concepibile una indagine a ritroso nel tempo, che possa far luce su tali misfatti?

Giacomo Sansoni

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15-04-2017 - A tutti coloro che seguono Assergi Racconta rivolgo i miei migliori auguri per una Buona e Santa Pasqua.

Frank Medoro (Canada)

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10-04-2017 - L' atro giorno regalavano con il Messaggero un inserto dedicato a L' Abbruzzo,orbene non so da che cosa sia dipeso,non c' era una singola frase sul cratere,su Campo imperatore,la valle del vasto,il raiale ,le stupende camminate d' altura niente che invitava i lettori a prendere l' autostrada e godersi sull' altipiano il fantastico paesaggio.. Dunque io che leggo i giornali,guardo la nostra pessima tv resto meravigliato nel vedere con quanto impegno ed interesse anche monetario vengono spesi per magnificare le Alpi, che dire del trattamento riservato ai diversi terremoti che si sono succeduti, vedi Umbria(con quali risultati) clamore in Friuli , ricostruzione quasi immediata in emilia, grande clamore Mondiale per quel piccolo territorio ad Amatrice e l? Aquila e le frazioni dell'Aquila?Il territorio langue(sta morendo). Noi, dico noi perché mi sento assergese (si anche io ho portato lo stendardo) muti e proni ad aspettare chi, che cosa?. P.S. Non riusciamo neache ad evitare il gabello annuale dell' autostrada(con lo stesso prezzo si arriva a Firenze/400 km.

francesco ferrazza

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