Assergi

ASSERGI, PIAZZETTA DEL FORNO NEL CUORE

PIAZZETTA DEL FORNO
NEL CUORE

- di Fernando Acitelli -


                                                     

 

                                                                       Darei tutti i paesaggi del mondo
                                                                       per quello della mia infanzia


                                                                       Emil Cioran
 









Dall’alto il punto di svolta nella Piazzetta del Forno era all’altezza della fontanella. Lì giunti, in molti s’arrestavano riflettendo sulle due possibilità: la Costa oppure dirigersi verso l’Arco Rutelone.

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Quel punto della Piazzetta del Forno era fondamentale per far chiarezza sui propri intendimenti. La scelta non sembrava soltanto per quel giorno ma pareva assumere un carattere esistenziale.   

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Dallo sguardo di quell’individuo lì impostato, si vedeva che la scelta della Costa poteva risultare un azzardo (si ignoravano i motivi) mentre l’opzione per l’Arco pareva più tranquillizzante.

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Per chi era affacciato in una delle finestre tutt’intorno, s’avviava subito una fase interpretativa ma questa avveniva con animo puro e quasi si voleva accompagnare chi era indeciso sulla direzione.

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Non si poteva rimanere a lungo su quell’indecisione in diretta, c’era il rischio che colui che titubava – sentendo gli occhi addosso – decidesse in modo affrettato alterando così la sua esistenza.

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La Piazzetta del Forno era un luogo custodito, le macchine non vi transitavano e si poteva giungere lì soltanto se si possedeva una Fiat 500 anche nella versione giardinetta: la Buscia era da superare.

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La Buscia, ovvero l’arco in basso della Porta del Colle, ecco, lì giunti si doveva guidare con abilità per attraversarla. Dopo quel punto c’era da prestare attenzione alla strettoia accanto a Pipird.

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Dopo quel punto, con la casa di Pipird sulla sinistra scendendo, si superava l’arco Rutelone e poi c’era il via libera passando davanti la casa de “La Cupella”, cioè Domenica Scarcia (1889-1964).

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A proposito della Piazzetta del Forno e della sua raggiungibilità con mezzi che non fossero gli asini, c’era l’opzione motocicletta o Vespa e tra gli affezionati di questo tour c’era Antonio Giampaoli.

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Capitò pure che egli, sciando, si fratturasse la tibia ma non per questo abbandonò il suo destriero, denominato ITALJET MINARELLI. Il piede della gamba ingessata poggiato su un pedale.

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Egli giungeva alla Piazzetta del Forno, decelerava, osava un cerchio rasentando la fontanella e poi ripartiva in senso contrario ammont a Mantella fino alla sua casa e oltre. E intorno stupore.

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Quello stupore sorgeva con frasi colorite e si passava da:«Ascura me!» a «Oh, Madonna d’Appare!» fino all’apocalittico: «Se stà a finà!..» Ma la gamba ingessata andava meravigliosamente bene.
                                            
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Era un tempo custodito quello della Piazzetta del Forno, era come uno scrigno entro cui pareva si vivesse nella quiete a parte il chiasso festante dei bimbi. Il sole d’agosto, l’odore dei panni stesi.

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La Piazzetta del Forno e i suoi confini: da nord Colonneglie, Anna Fedele, Vincenzo Valeri, Peppina (Ciu Ciu), Filomena, Peppe Lalli e Peppina Giacobbe, la casa dei Giusti e poi Battista Lalli.

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In fondo al vicolo Fellone e Sciangacrapa mentre, sul resto della Piazzetta, ecco la casa de “La Cupella”, l’Arco delle Pizzelle con Onorina e Domenico de Zi Scarpone e quindi la cucina di Sarina.


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Era la volta poi del forno nell’edificio de la “Pulcinella” mentre, di fronte a questo, la casa de “La Puciara” poi acquistata dai Giusti. Da lì, ecco la Costa, ed un pulsare d’esistenze fino giù alla Piazza.

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Il tempo lieve della mietitura, il confine tra gli ultimi pagliai e la campagna. Il muro d’ombra di quell’ultima casa all’inizio della strada in discesa e posta di fronte alla chiesuola con la madonnina.

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Dopo quella casa e prima che iniziasse la discesa sotto il sole, mio nonno Lorenzo m’invitava a scendere dall’asino perché alle tre del pomeriggio tutti i nostri amici asini erano assediati dalle mosche.

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Non che la tortura delle mosche iniziasse alle tre del pomeriggio ma, a quell’ora, si verificavano attacchi massicci, picchiate da bombardieri: e sul collo dell’asino che si vedeva il sangue colare.

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L’estrema sofferenza dell’asino che, sotto quell’aggressione, non avrebbe proseguito con un’andatura tranquilla e avrebbe iniziato a scuotersi, a sobbalzare con rischi seri per colui che stava in sella.

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Non avevo paura per me ma per le ferite sul collo dell’asina Giggia che mi stava sopportando sul basto. Con la cavezza cercavo di scansare quel tormento ma mio nonno scuoteva la testa.

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Ubbidivo a mio nonno perché non avrei potuto vederlo arrabbiato per causa mia. Così scendevo dall’asino chiedendo mi fosse concessa la cavezza. E mio nonno con un lieve sorriso, consentiva.

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La discesa verso il fiume era tutto un osservare mio nonno tentando di cogliere qualche suo pensiero, magari un lieve turbamento, un’emozione non tenuta a bada, tutto il suo dolore.

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Se avessi avuto la possibilità di infilarmi nella mente di mio nonno anche per un solo minuto, sarei stato il fanciullo più felice del mondo, avrei desiderato rassicurarlo su tutto, stringerlo nel bene.

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Era in quei momenti che iniziavo ad avvistare la mia sensibilità e ne soffrivo perché avrebbe fatto di me un metafisico, un individuo poco adatto alle questioni umane, all’estrema praticità dei giorni.

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I colori delle camicie dei contadini. Più m’avvicinavo ad essi e più sentivo il loro coraggio che cercavo d’infondere in me. Il loro patto con la vita era granitico, parlavano sempre di lavori da finire.

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Quell’odore di fatica, di fieno, di stalla, di arca, di pane, di sudore sul nastrino interno del cappello. Quel bere alla borraccia come una vittoria, e poi l’asciugarsi le labbra con il dorso della mano.

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Sul volto e le mani si sarebbero potuti scrivere dei veri trattati. Ma la fatica non si riassumeva soltanto in simili punti. Anche la voce chiariva molto, quanto agli occhi, l’animo s’avvistava proprio lì.

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La sarrecchia e la falce (la favecia) nobilitavano quel lavoro. Con quegli strumenti si sarebbe potuto comporre uno stemma gentilizio. Come dimensioni la sarrecchia poteva essere custodita.

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La sarrecchia era un arnese da lavoro che si sarebbe potuto portare a casa e custodirlo in un quadro protetto da vetro ed avrebbe testimoniato come, grazie ad essa, dal grano s’era giunti al pane.

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A lato del quadro, ci sarebbe stata anche una piccola storia scritta su un cartiglio e le righe avrebbero sottolineato le terre in cui la sarrecchia s’era prodigata per mietere, per comporre i manoppi.

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Come detto, sognavo quell’operosità esposta in un quadro. Adagiata su un velluto carminio la sarrecchia era bella nella sua ruggine limata. La falce si poteva collocare sotto a quel quadro.

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Poggiata in terra, la falce si sarebbe mantenuta in vita a lungo. Per la memoria, un altro cartiglio avrebbe previsto l’origine di quegli attrezzi, la provenienza, e così altri nomi, ovvero altre esistenze.

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Pure gliu briente deve essere ricordato. Esso declinava però una fatica. Usato per tirare fuori le patate dalla terra, richiedeva delle pause nei colpi ritmici. Anche le donne si prodigavano, generose.

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Anche gli oggetti, dunque, erano importanti per la memoria. Era grazie ad essi, infatti, che si poteva risalire ad una famiglia ed avere quindi la possibilità di ricongiungersi con chi era transitato.

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E la stessa cosa poteva dirsi per il basto, per gli jacqueri, per la covella, per gliu regn, la camela, un universo di nomi e dunque di segni che se descrivevano un tempo dissolto, lo avrebbero salvato.

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Un piccolo ritaglio di Storia Universale in quel museo d’ombre che si sarebbe allestito per la legittima difesa d’un tempo accaduto in un punto dell’Universo denominato splendidamente Assergi.

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«Gesù Crist mi care care care…» ecco l’invocazione che si levava dai campi quando gli sforzi per la mietitura, per la falciatura erano al sommo: lo sguardo al cielo delle donne per quel giorno donato.

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Anche con il sole al calo, la catenina con medaglietta luccicava nell’universo del petto. Quella sera si sarebbe cenato in serenità, quanto alle aggressioni del tempo, oh, di certo erano rimandate.

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Una cena all’insegna del racconto e dei lavori ancora da finire, forse a Licenna, alla Castagna: «Teng ‘na seta manc stess pe’ la Castagna». Mia madre riferiva questo con la puntuale sua poesia.

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Se ricordo bene, il tutto nasceva dal fatto che in quella località, la Castagna appunto, non c’erano sorgenti e dunque, finita la scorta alla borraccia, si soffriva per la sete. Che siano doni, madre mia!

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Quel bivio tra la strada in discesa e il cimitero significava molto. Con lo sguardo si raggiungeva sempre l’area sacra del cimitero e solo dopo quel colloquio intimo s’aveva la forza di continuare.

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In poche parole non c’era stata la dimenticanza ed i propri defunti l’avevano ricevuta una carezza. Forse l’avevano sentita e s’erano un po’ rassicurati: «Stiamo bene! Stiamo bene!» era parso sentire.

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A quella risposta molto dolorosa in noi perché allestita tra le pareti del sogno, ecco che l’oblio dell’Essere veniva scansato e s’imponeva subito quell’affresco religioso che puntellava il vivere.

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Un pomeriggio finii con dei parenti in quell’edificio nei pressi del cimitero che poi ascoltai definire “la tracenna della Zagotta”. Mi posi in osservazione di quella donna e la considerai una di casa.

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Le augurai una lunga vita e pensai che quel luogo era così incantevole che sarebbe stato protettivo per lei. Questi pensieri li componevo ogni volta che dei vecchi accanto mi parevano fragili. 

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Il sole largo, rassicurante ma non inteso nella sua modalità fisica e con tutto quel tempo sulle spalle. No, questo era incomprensibile per tutte le persone in età alle quali facevo visita: gliu sòle e basta.

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Pensavo alla religione pura che tutti i vecchi possedevano (a volte è bello osare questa parola, vecchi, scansando termini sociologici e addolciti). La loro religione era un’area sacra di piccole certezze.

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Avremmo preso coraggio tutti se fosse stato possibile finire per un solo minuto nei labirinti della loro testa che poi era un tutt’uno con l’animo. Davanti a quella purezza, tutti avremmo gioito in silenzio
                                                 
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Un’estate Antonio Giampaoli mi portò con sé a ricacciare le patate. Era un sabato mattina che splendeva di sole e di serenità. Il terreno era situato in quella località denominata Le Casarine.

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Per meglio collocare quel terreno dirò che stava tra il cimitero e la strada che conduceva alle Pernagnova. Un luogo che mi piaceva perché era poco fuori il paese e con i pagliai ancora bene in vista.

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Questo fatto mi rincuorava. Se fosse d’improvviso scoppiato un temporale, pensavo che l’avremmo scampata e là dentro ci saremmo quindi sbracati nel fieno in un tepore molto famigliare.

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Non si pensava ancora che il tempo sfilasse via con tanta velocità. Talmente presi dalla spensieratezza, non vedevamo le stagioni ammucchiarsi, confondersi, dissolversi secondo la legge di natura.

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E pur osservando il tempo depositato sui vecchi, non si cedeva al pianto e con il cuore e le carezze avremmo promosso quelle care figure a protettori del focolare. Erano i nostri Lari del XX secolo.

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In quel sabato mattina di agosto c’era anche Domenico, il padre di Antonio, il quale, malgrado fosse intento all’opera, ogni tanto s’arrestava, prendeva la borraccia e narrava la sua etica dei giorni.

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Mi comportai come un villeggiante che non considera le vacanze come unica possibilità di spensieratezza. Ero un villeggiante con radici salde che, all’occorrenza, dava un aiuto concreto agli altri.

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In più ascoltavo e questo non era affare di poco conto. Ascoltare significa soprattutto mettere in memoria, avere sempre in mente le tante esistenze viste, poter dire che tutti eravamo stati quaggiù.

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Quel giorno terminò con serenità. Avevamo riempito diverse sacchette di patate ed io mi sentivo migliore. Ad ora di pranzo mangiammo alla tracenna che è sopra la fontana di Sant’Antonio.

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In un inverno dei primi anni 80 fui parecchie volte ad Assergi. Una mattina mi recai con Antonio a L’Aquila e come prima tappa ci fu l’Ospedale San Salvatore. Girammo molto per delle sue pratiche.

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Terminato quel rito ci sedemmo sulle scale, fuori. D’improvviso le sue lacrime, vale a dire il dolore per i suoi morti. Chissà per quale immagine o cortocircuito interiore sopraggiunsero le lacrime.

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La madre Teresa era salita in cielo, come pure il papà Domenico, lo zio Emidio e la sorella Lina e così la rappresentazione del dolore m’apparve in diretta. I suoi occhi celesti, s’arrossarono per sfinimento di cuore.

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Ora se questi giorni mi sono rimasti dentro e ho la possibilità di narrarli, significa che ogni istante l’ho visitato con la diagnostica del cuore. Ed anche qui, evidentemente, c’entrano i miei genitori.

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Gli ultimi giorni di agosto erano da me dedicati allo studio di quelle case i cui proprietari erano partiti per l’America, per l’Australia ed era tanto tempo che non ritornavano ad Assergi.

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Più l’uscio era antico, un poco pure maltrattato dal tempo, e più mi sentivo al sicuro. Le assi orizzontali non erano più unite perfettamente e così gettavo l’occhio in quelle fessure per sognare.

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Un museo d’ombre m’aspettava. E si respirava un odore buono di cassetti con dentro un lapis, delle lettere azzurrine con righe blu nelle quali di certo c’era scritto che in Australia stavano tutti bene.

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I vecchi genitori avevano letto quelle lettere ed erano subito entrati in confidenza con il pianto. A rispolverare le solite questioni del perché i figli erano dovuti emigrare, v’era esondazione di lacrime.

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Dovevo essere cauto con quel mio desiderio d’osservare all’interno di quel museo d’ombre perché se fosse sfilato qualcuno là davanti, non avrebbe di certo pensato che stessi addolorandomi.

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Io cercavo di ricomporre tutti quei frammenti ma per far questo dovevo essere vigile, sentire a grande distanza dei passi, essere come gli animali che avvertono un terremoto con grande anticipo.

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Pensavo pure che se m’avesse accompagnato un parente lì dentro, un parente di chi era emigrato, non sarebbe stato lo stesso perché la ricognizione sul dolore prevede la solitudine e attorno silenzio.

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Quel parente avrebbe dovuto dirmi: «Questa è la casa, stai qui fin che vorrai. Mi raccomando rinserra tutto quando te ne andrai…» Con la casa a disposizione, mi sarei placato nel cercare le ombre.

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I muri maestri, la cucina come luogo alto di pensieri lontani, e poi il camino, un rocchetto, qualche lettera, un santino leso agli orli, lo sguardo dalla finestra a spaziare dalle Cartiche alla Casa Latina.

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Ascoltare quel silenzio come una benedizione. Rimanere lì nella contemplazione dei pochi oggetti lasciati che divenivano come dei puntelli per me, delle parti ulteriori di chi lì dentro non c’era più.

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Era grazie ad essi che potevo ricongiungermi a coloro che erano partiti. Dall’uscio chiuso tutte queste fragranze mi raggiungevano e, soprattutto al tramonto, m’infondevano coraggio e speranza.

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La casa di chi era emigrato emanava un odore che conduceva alle lacrime. Era d’un tepore senza aggressioni, esattamente quello che si richiede nella vita. Forse per questo che volevo sempre finire lì.

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E tutto questo lo dovevo percepire dall’uscio. E da quelle fessure sulla porta si respirava anche un odore di tabacco e senz’altro in un cassetto nella cucina resistevano delle sbriciolature di sigaro.

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Dalle fessure speravo di cogliere una fotografia, laggiù, in cucina, una testimonianza, un ovale con i bisnonni, qualcosa che facesse luce anche su quel tempo che ormai era solo materia per la poesia.

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Forse già allora a condurmi davanti a quegli usci era la poesia, cioè la constatazione dell’esilità della vita e l’edificazione d’un sistema difensivo che potesse attenuare il futuro male di vivere.


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Ma la poesia uno se la scopre addosso e non può farci nulla. Non era forse poesia quella di mia madre che accudiva ogni istante e lo attraversava compiutamente prima che le si dissolvesse davanti?

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Mia madre aveva iniziato presto con i ricordi. Ogni giorno, immancabilmente, traeva un ricordo dal fondo della coscienza. Tutto questo nasceva per portare alla luce il suo archivio interiore.

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Un giorno, la scorsa estate, mia madre prese a ricamare il volto d’una bambina d’un tempo remoto. Raccontò di questa bimba figlia di un certo Palazzone, il cui vero nome era Pietro Valeri.

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Palazzone abitava tra la casa di Franco Mosca (Pirame) e quella di Battista Pace. Oltre ad essere amico di mio nonno egli era un gran lavoratore e mia madre lo ricordava sempre: ma chi lo ricorda più?

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Il fatto che mia madre riportasse alla luce quelle persone mostra come il dolore dell’esistenza si può attenuare solo col ricordo. In silenzio pareva dicesse: «Ma chi si ricorderà di quella famiglia?»

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Diveniva una questione seria quella della famiglia di Palazzone ma questo perché ad un certo punto emigrarono in Australia e di essi mia madre non aveva avuto più notizie. Parole sorte dal cuore.
 
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La lontananza di tutti era per lei motivo di riflessione. Era sempre a chiedersi su come stessero tutti coloro che erano partiti da Assergi e che lei ricordava con i genitori adolescenti e poi adulti.

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La moglie di Palazzone si chiamava Maria Giovanna ed avevano tre figli. Rammento due nomi, il terzo, non trascritto subito, è evaporato. Ricordo Tonino e Maria. Che affresco per mia madre!

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Nell’estate 2019 mia madre non faceva altro che ricordare Maria e  commuoversi. M’invitava a fare ricerche perché quella bimba le era rimasta nel cuore. Ma chi avrei potuto contattare ad Assergi?

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A mia madre era rimasta nel cuore un’immagine di Maria: era alla finestra nella casa alla Piazzetta del Forno e la vide sollevarsi il vestitino con la mano e portarsi quel lembo alle labbra: che grazia!

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Era un gesto d’eleganza interiore. Sola, Maria avrebbe desiderato giocare con qualche bimbo suo coetaneo ma non c’era nessuno nella Piazzetta del Forno e mia madre riferì che era di pomeriggio.

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Adesso m’addolora non essere stato preciso, non aver appuntato per bene ogni parola di mia madre. Pare a me che dovesse essere un pomeriggio ma bene non lo ricordo. Ora anche questo è dolore.

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Maria componeva quell’artificio per non sentirsi sola. Era una bimba/carillon che girava su se stessa ma senza melodia osservando il mondo in un’ora che già richiamava tutti alle case.

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Era una posa con la quale Maria desiderava attenzione da parte degli altri ma che mostrava anche una fragilità ed era su questa che mia madre soffriva. Che dolore avermelo svelato in tarda età!

                                                   ***

Non aveva più visto Maria ma quella immagine dalla finestra, chissà per quale favorevole incontro biochimico tra i crocevia del corpo, era riemersa e lei me l’aveva resa. Era un altro frammento.

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Serviva anch’esso per ricomporre tutto. Quando s’avvertono sussulti nell’animo e gli anni iniziano a tremare, non ci si ricorda soltanto dei propri cari ma il paesaggio prevederà tanti affreschi.

                                                   ***

L’ultima volta che aveva visto Maria, mia madre poteva avere sedici anni e dunque tra le due ci poteva essere una decina d’anni di differenza: quell’immagine aveva la forza d’una iscrizione.

                                                   ***

Un’iscrizione latina che, se pure offesa dal tempo, conserva nitida la frase, il ricordo. E vale come una medicazione il verde che attorno a quel marmo si distende: muschio e trifoglio per le ferite.

                                                    ***

È da una simile disposizione dell’animo che nasce la poesia. È proprio dall’evento minimo che si vuole risalire all’Universale. Si capirà dunque chi plasmò il mio animo e come io senta la vita.

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La Poesia come lesione eppure come gioia. La Poesia come risarcimento. Vedevo mia madre gioire, seppure per pochi istanti, dopo aver richiamato alla luce quell’esistenza, e le tante esistenze.

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Le tante esistenze, vero, perché l’evento della bimba Maria non rappresentava altro che un reagente per ricollegarsi con il Passato, con tutti coloro sui quali mia madre aveva adagiato occhi e cuore.

                                                    ***

A proposito dei ricordi che mia madre mi donava, non posso tralasciare un vecchio (‘u Calacine) che, proveniente da Rocca Calascio, s’era stabilito ad Assergi per la sua opera d’intagliatore.

                                                   ***

Lavorava il legno da vero artista e se abitava appresso a Battista Pace, aveva la bottega subito dopo la casa della Comare della Foletta, dove ha casa la sempre sorridente Antonietta di Sarina.

                                                   ***

Il bastone di questo vecchio artista aveva un pomo fantastico. Vi era scolpito il visetto d’un uccellino e mia madre, a ripetere quel nome e quell’esistenza, finiva sempre su quella bellezza in mostra.

                                                   ***

Chissà come mia madre aveva centrato quel sublime dettaglio del bastone di quell’artista!... Se l’argomento finiva su di lui, ecco che subito mia madre mi parlava di quell’uccellino di legno al pomo.

                                                  ***

Costui lo copriva con la mano appoggiandosi eppure mia madre lo aveva avvistato, forse quando il bastone era poggiato su un muro o forse nei momenti in cui cambiava mano. Oh, sapere quel giorno!

                                                   ***

Ascoltando mia madre non potevo evitare di chiederle quand’era stata l’ultima volta che aveva visto il vecchio artista. Mia pretesa!  Mia madre volgeva lo sguardo lontano a rintracciare quel giorno.

                                                   ***

D’improvviso spuntava dalle sue labbra anche una certa Giurzella, ovvero Gelsomina, che era partita per l’America e che abitava in quella casa che sta (se non ricordo male) di fronte a Buttiglia.

                                                    ***
                              
E come soffriva nel non poter aggiungere altro su quell’esistenza. Ma poi giungeva puntuale: «Che possa stare nelle celesti glorie del Paradiso!...» («Che pozza sta’ alle celesti glorie del Paradiso!...»)

                                                    ***

Mi ricordo il soprannome del marito di Giurzella, ‘u Raciare, un peccato che non appuntassi subito il nome che mia madre mi donò. Convinto che lo ricordassi, ora lo sconto ed è una ferita.

                                                    ***

E la stessa benedizione spediva a quelle persone che erano rimaste un po’ ai margini rispetto agli altri ma che con la loro semplicità e bontà smuovevano il pianto non avendo goduto appieno della vita.

                                                    ***
                             
E pronunciati quei nomi, sentivo che aveva colto nel segno perché dei medesimi individui avevo avvertito a suo tempo la stessa commozione per gli stessi motivi cui aveva accennato mia madre.

                                                    ***

 “La Cupella”, teneva sul petto tante medagliette di santi. Appuntate sulla blusa e, d’inverno, sul cappotto, esse rappresentavano la sua una fede in cammino, la devozione pura.

                                                    ***

Quando “La Cupella” cadde dall’asino e sopra le finirono anche i caioni, stette talmente male che si temette per la sua vita. In quei giorni mia madre bambina passò le notti a vegliarla dalla finestra.

                                                    ***

Mia madre non dormì fino a quando non si seppe che “La Cupella” stava riprendendosi. Mia madre mi ripeteva: «Se avessi visto di notte accorrere gente, significava che lei stava morendo.»

                                                    ***

«Che se stea a murì.» Molto più intenso il finale se riportato come faceva mia madre. Il dialetto ci fa retrocedere benevolmente, ci consente di riappropriarci per attimi dei nostri paesaggi interiori.

                                                      ***

E a quel punto ecco che mia madre ricomponeva quei giorni e poi le spediva una carezza: «Se esiste quello che esiste, La Cupella sta in Paradiso…Bonanotte Dome’, oh core mi’…» Intorno la quiete.

                                                      ***

Tra le esistenze che portavano fissate sul petto delle medagliette di santi c’era Antonio Scarcia (di Bebè), il primo ad accorrere ai morti, a piangere, e che portava la croce in testa al corteo funebre.

                                                      ***

E se qualche volta, di pomeriggio, lo si poteva vedere seduto sul breve sedile sotto l’arco dei Lalli (sott gli arc de gli Si Giocond), inoltrato spesso in una lieve sonnolenza, poi destandosi sorrideva.

                                                      ***

Condivideva quel breve sedile sotto l’arco anche Natale Salsieri, il padre di Silvestro. Sempre sorridente e munito di gran baffi, aveva anch’egli, sul petto della giubba, una esposizione di medagliette.

                                                      ***

Mai che costui s’appisolasse, no, doveva tenere il mondo sotto controllo, e lo sfilare delle persone era per lui un’ulteriore possibilità di conoscere e quell’arco si distingueva col suo sorriso.

                                                      ***

Le medagliette con i santi facevano parte dunque del suo sentire spirituale e così si poteva concludere che nella famiglia degli Si Antunine (anche in chi era di Onna) la devozione era profonda.

                                                      ***

Oltre a questi, anche Grazia la camarda si distingueva per quella piccola galleria di santi sul petto. Quelle medagliette ondeggiavano per l’andatura ma era importante stessero sul cuore.

                                                      ***

Una volta con mio zio Antonio mi recai a casa di Grazia a La Cimosca (a Centvizi): mio zio cambiò la lampadina fulminata. Prima d’entrare zio Antonio chiese d’una croce fissata sulla porta.

                                                      ***

Venne subito la risposta di Grazia. Sfiorando quella piccola croce lignea, ella disse: «Questa è la croce degli ammissionari.» Ci fu in quelle sue parole una speranza che per poco non sfociò nel pianto.

                                                      ***

Era un tardo pomeriggio d’agosto ed io rimasi sulla porta, addolorato. Vidi poi mio zio salire le scale con Grazia appresso e, una volta finito quell’aiuto, lei era felice e in pianto ringraziava.

                                                    ***

Una persona molto gentile mi salutava sempre anche se non mi conosceva. Forse dai tratti poteva risalire ai miei genitori ma devo dire che mi faceva piacere quel suo saluto, e lo conservo ancora.

                                                    ***

Era costui Bacocca, che mi pare si chiamasse Berardino, e doveva avere il pagliaio ai Frati se un giorno seguii la sua traiettoria. Era d’agosto, m’aveva appena salutato e volevo vedere dove andava.

                                                    ***

C’era un mistero in Bacocca, lo sentivo nitidamente e gli volevo bene anche se con lui non avevo mai scambiato una sola parola. In che modo avrebbe festeggiato il Ferragosto? Sarebbe stato felice?

                                                    ***

L’ultima volta che lo vidi indossava una camicia bianca con un nodo ai lembi, in basso. E poi aveva un secchio in mano. Era sempre attorno a Ferragosto che lo incontravo, all’Arco Rutelone.

                                                    ***

Il mio dono per lui queste poche righe. Non potrò certo dire come il poeta Ungaretti in una lirica per un suo amico: «E forse io solo so ancora che visse…» - ma io lo ricordo e so che questo vale.

                                                    ***

Ungaretti: “Si chiamava Moammed Sceab (…) Riposa/nel camposanto d’Ivry/sobborgo che pare//sempre/ in una giornata/di una/decomposta fiera./E forse io solo/so ancora/che visse.”

                                                    ***

La poesia, come si sa, ha le proprie fondamenta nel ricordo ed è una disperazione proprio per questo. Non è forse dolore ricordare che Bacocca si congedò dalla vita nei giorni attorno al Ferragosto?

                                                    ***

Maxima de nihilo nascitur historia, scrive il poeta Properzio ed è quanto ho constatato nella vita: da un fatto minimo ecco il sorgere d’una storia. È quel fatto in penombra che illumina, che dà sereno.

                                                    ***

Da bambino, d’estate, nel paese dei miei nonni materni, mi commuovevo alla vista degli ultraottantenni. Osservandoli, mi stringevo a chi in quel momento m’accompagnava.

                                                    ***

Degli ultraottantenni m’impressionava quel loro fissare un punto in terra, sempre lo stesso, e poi quel loro essere stati sistemati su una sedia, fuori l’uscio di casa, e questo per...ammazzare il tempo.

                                                    ***

Una morte custodita nel fustagno, anche d’estate, su, in montagna. Quei meravigliosi vecchi che d’improvviso ci lasciavano. Quei loro occhi liquidi e poi quelle camicie d’una lana forte e colorata.

                                                    ***
Il gelo delle pareti di roccia. Il tabacco sbriciolato d’un pezzo di sigaro, la cartolina con sopra l’immagine di San Franco e il lupo, sulla colonnetta, e poi, sul tavolo, una lettera del figlio in America.

                                                    ***

In quella busta, dentro la lettera, il figlio aveva pure nascosto/inviato due dollari. In un angolo della stanza ad intonaco bianco, il pitale ammaccato appena sporgeva da sotto il letto.

                                                     ***

Nella stalla, l’asino non immaginava minimamente che…d’improvviso era rimasto solo. Da descrivere quella notte nei suoi pensieri, ma questo alla scienza non è ancora consentito.

                                                     ***

E la storia riproposta in frammenti è notevole evento, frammenti noi stessi. È il cogliere al volo tutti, nessuno escluso. Va dunque a comporsi quello spettacolo degli assenti che è un vero puntello.

                                                     ***

Una parola per spolverare esistenze cadute nell’oblio ma riproposte tra noi con il loro sorriso originario, intenso anche se solo evocato. Questo sentimento l’ho sempre avuto, e con dolore.

                                                     ***

A volte mi chiedo se non siano più in vita i nostri morti che noi vivi. A volte mi chiedo quanto siano stati decisivi per il mio carattere sia i miei genitori e sia Assergi, vero luogo dell’anima.

                                                     ***

Un altro momento doloroso che condividevo anche negli ultimi tempi con mia madre, era il ricordare le visite di saluto da parte di coloro che, tornati ad Assergi per le vacanze, dovevano ripartire.

                                                     ***

Quelle four weeks erano volate via e se la gioia era stata immensa nel rivedere volti e luoghi, all’atto del saluto sgorgavano le lacrime e la dolorosa frase: «Partime domammatina alle quattr…»

                                                     ***

C’era anche una consolazione buona nelle frasi di quelle persone che dovevano ripartire. Dopo quel pianto così autentico che lacerava l’animo, ecco che in essi rispuntava un lieve sorriso.

                                                     ***

Se ci venivano a salutare di pomeriggio, di solito si riusciva a tenere a bada la commozione. Se i saluti avvenivano dopo cena, sembrava che tutto fosse più complicato e la tristezza dilagava.

                                                     ***

Due stati emotivi ravvicinati, non c’era via di scampo, discendevo da mia madre in tutti i sensi, ma io assomigliavo a mio nonno  Lorenzo che aveva buona familiarità con l’emozione e le lacrime.

                                                     ***

Mia madre in questo assomigliava a mia nonna che viveva nell’emozione ma che sapeva frenare l’esito finale, le lacrime. Io rappresentavo una complicazione, in vero deragliavo senza freni.

                                                     ***

Quando con la mia famiglia ripartivamo per Roma mio nonno Lorenzo non poteva evitare le lacrime proprio per la sua costituzione emotiva. Era questo ciò che mi congiungeva a lui.

                                                     ***

Mia nonna Maria sopportava meglio quel congedo. Non piangeva ma forse le lacrime le componeva intimamente. Mi donava forza quel suo porsi, e mia madre si mostrava sulla stessa latitudine.

                                                     ***

Madre mia, ma come facevi tu ad infondere coraggio a tutti? Ti confesso che in questo non ti somiglio, sono esile d’animo, e tutta quella tua gioia anche in età avanzata, a me sembra un miracolo.

                                                     ***

Nonna Maria, quante attenzioni per me, quanto bene donatomi, quante riflessioni nel tuo sguardo quando, seduta in poltrona accanto al camino, ti accarezzavi il dorso delle mani a proteggerti.

                                                     ***

Nonna Maria, che dolore guardarti! Quanta angoscia già allora nell’abbracciarti! Cercavo il prima di te con domande che tentavano di ricostruire un’origine, la giustificazione di tutti noi.

                                                    ***

Le partenze sono sempre state un dramma per me. Quel comporre valigie con dentro tutte le illusioni stirate e profumate. La partenza da Assergi e, in largo anticipo, vedevo le lacrime di mio nonno.

                                                    ***

Mio nonno Lorenzo ci avrebbe voluti lì per sempre ma questo era anche il sentire di nonna Maria, soltanto che lei lo comunicava in modo diverso ma questo non che scheggiasse il suo sentimento.

                                                    ***
                              
Come tutti gli emotivi e col cuore bene in vista (in questo ero come lui), mio nonno amava la solitudine e la quieta sequenza dei giorni: gli spari a Ferragosto, l’unico fragore che si concedeva.

                                                    ***

Le scale verso il fienile ricamate d’un verde lieve, d’un polline di serenità. Era quello il posto privilegiato di mio nonno. Acceso il sigaro se ne stava in silenzio e la mente era un archivio di bene.

                                                    ***

Ultimamente mia madre chiamava i suoi genitori. Forse le era più facile confidarsi con loro. Fino allora l’avevo sentita accarezzarli con le parole ma poi s’era giunti a: «Mamma, papà, aiutatemi…»

                                                  ***

Si trattava d’una richiesta d’aiuto che mi lasciava senza fiato e che decretava subito le lacrime. Da dove potevo iniziare con le carezze ed i baci? Ma a cosa sarebbero serviti in quella visione del dolore?

                                                  ***

«E quando verrà il momento del sereno trapasso, Italo vienimi incontro e portami con te insieme a mamma, papà e a tutti i nostri cari.» Questo il ricamo notturno di mia madre dopo le preghiere.
 
                                                  ***

Tutti i libri che ho letto sono il tempo che ho sottratto agli occhi e al cuore di mia madre.

                                                  ***

Madre mia, che tu possa ripetermi le parole di Sant’Agostino: «La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte. È come se fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu.»

«Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.  Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso tono affettuoso che hai sempre usato.»

«Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.»

«Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto.»

«È la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.»

«Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.»

Sant’Agostino


 



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