L’Aquila di ieri, di oggi e …di domani

di Fulgenzio Ciccozzi - Aquila: anno domine 1254,..1529…e poi? Nel 1927, la città dell’Aquila subì un ridimensionamento politico ed amministrativo con la riduzione di una parte del suo territorio provinciale. Questo, in verità, fu un cambiamento parziale, poiché la cessione dell’ex circondario di Cittaducale ed Antrodoco, che passarono al Lazio, e il mandamento di Popoli, che contribuì alla formazione della nuova provincia di Pescara, fu compensato con l’ampliamento del suo territorio comunale mediante l’assorbimento degli otto comuni circostanti (Roio, Lucoli, Sassa, Paganica, Arischia, Camarda, Preturo, Bagno), nel rispetto della politica autoritaria del tempo che promuoveva, già agli albori della sua propaganda, le grandi aggregazioni urbane. Tale provvedimento fu ufficializzato con il Regio Decreto n. 1558 del 29 luglio 1927. Sempre durante il ventennio, e precisamente nel 1939, sotto la gestione podestarile di Gianlorenzo Centi Colella, si volle mettere mano anche alla denominazione del capoluogo medesimo. La richiesta della modifica fu inoltrata al governo nazionale tramite una delibera del podestà della città (4 aprile 1939). Con il Regio Decreto del 23 novembre del 1939, n. 1891, si cambiò il nome da Aquila in L’Aquila, aggiungendo la L, con la scomparsa del termine “degli Abruzzi”. Si sostituì il complemento di specificazione con l’articolo determinativo per conferire una veste aristocratica all’onomastica cittadina. Non più, dunque, un nome generico che aveva necessità dell’apposizione di un altro sostantivo per distinguerlo, bensì fu attribuito al capoluogo un nome preciso che lo avrebbe identificato inequivocabilmente. Evidentemente, questa scelta non fu condivisa da tutti. Infatti, nel luglio del 1942, il giorno 17, il Podestà “dell’Aquila”, Vincenzo Di Nanna, inoltrò un’istanza scritta, protocollata al n.10189, indirizzata al signor Prefetto e più tardi, il 18 luglio, inviò una nota per conoscenza al Cav. Ten. Colonnello Avv. Adelchi Serena, in cui spiegava i motivi che adducevano a voler riportare il nome della città all’antica denominazione, senza l’articolo. Lo scrivente cita l’Ecc. Serena ed il Cr. Uff. Bafile, i quali, nelle rispettive cariche di Podestà e di Preside della Provincia, ne avanzarono, a suo tempo (alcuni anni prima delle delibere del ’39), le richieste modificative, nonostante costoro furono tra i restii ad accettare la nuova dicitura. Nel testo emerge, tra le altre, la seguente osservazione: “L’apposizione dell’articolo in lettera maiuscola, la conseguente trasposizione del nome della città dalla lettera A (cui ha sempre appartenuto) alla lettera L, la cacofonia delle preposizioni disarticolate, snatura lo spirito e l’essenza della tradizione, sconvolge l’ordine naturale delle cose, ripugna al sentimento stesso degli Aquilani, che “aquilani” (e non “l’aquilani”) sono sempre stati e desiderano restare”. Poi, con i moti del ’71 per la lotta dell’Aquila capoluogo e, oggi, con il terremoto, si è riscoperto il valore di essere aquilani in un altro modo. La declamata aquilanità, prima circoscritta ai residenti del centro storico cittadino, è, o dovrebbe essere, condivisa dagli abitanti del circondario dell’antico comitatus, da cui il capoluogo ha tratto origine e benessere, in un reciproco scambio, trasformando L’Aquila, ora più che mai, e non poteva essere altrimenti, in una città territorio. Ci voleva un terremoto, purtroppo, per aprire al cuore del mondo le porte della “piccola urbe”. L’Aquila bella mè, ora ferita e silente, ha risvegliato in noi un profondo affetto per qualcosa che avevamo e che non tutti hanno sufficientemente apprezzato. Il mio primo incontro con la città ebbe inizio in una piovosa mattina di ottobre, in via San Marciano, nell’atrio di Palazzo Nardis Oliva Vestusti, dove prima era ubicata la scuola media Giovanni Pascoli. Alcuni di noi erano ragazzi di “campagna”, un po’ frastornati, che si preparavano ad uscire dal loro piccolo mondo. E’ Guerino, uno dei compagni di quella scuola, che mi accompagna nel mio breve itinerario: un aquilano “doc”, una di quelle figure onnipresenti che sono entrate a fare parte integrante della città, che non hanno mai abbandonato, nonostante tutto. Sbirciando attraverso l’ingresso di quel manufatto, mi accorgo della scalinata che porta al piano superiore: è ingombra, oppressa da un folto ed ingarbugliato intreccio di tubi di sostegno e di giunti ortogonali. Proseguendo lungo via San Marciano incrociamo una signora, è rammaricata e un po’ sfiduciata. E’ sola. Ci dice che abitava in una casa in Via Rocca di Corno. Dopo due anni, e diversi cambi di destinazione abitativa, è ancora ospite di uno degli alberghi della città. Più giù, antistante alla chiesa di San Marciano, nascosta da un reticolato arancione, si intravede la fontana. Sono remoti i tempi in cui, concessa in uso all’arte della lana, era il quattrocento, doveva apparire come uno dei luoghi più dinamici della città. Intanto, lo sguardo protende sulla facciata lesionata della chiesa capoquarto; il fabbricato accanto è squarciato e si vede la volta a botte semidistrutta. Scendendo in via dei Drappieri c’è lo stabile che fa angolo con la piazzetta del Cardinale, la casa dove un tempo abitavano i miei zii: Cristina e Orazio. Questi, prima della guerra, lavorava come spiziale nell’antica farmacia di don Cesare Allegri, sita nel palazzo dell’Arcivescovado. In quel periodo, la farmacia, oltre a svolgere la sua consueta attività di vendita di medicinali, distribuiva, cosa del tutto tipica del periodo, a pagamento, in piccoli bicchieri di vetro, la famosa ed originale china Bisleri. Il Duomo di San Massimo era il nostro prescuola. I sacerdoti non mancavano mai di redarguirci con paterni richiami quando il nostro chiacchiericcio si faceva insistente e disturbava quell’ambiente sacro. Oggi, quei ricordi si perdono in una plumbea atmosfera, nel silenzio di quei vicoli dove si affacciano, rovinati ed imbragati, inanimati palazzi. Ogni tanto, si ode il vociare delle maestranze impiegate nei lavori di manutenzione e di messa in sicurezza che appaiono e scompaiono, accompagnate dai rumori dei loro attrezzi e dei macchinari. Nella vicina Collegiata di Santa Maria di Roio, che cinge la piazza insieme a palazzo Persichetti e palazzo Rivera, anch’essa danneggiata, non vedo più, in alto, lo scudo gotico in cui erano raffigurati i due gigli, il più antico stemma della comunità roiana, la quale contribuì, insieme alle altre, all’edificazione del nostro capoluogo. Poi, la vista si perde in quel groviglio di vie. E’ ancora nitido il ricordo di quelle botteghe ubicate nei vicoli più caratteristici del centro (V. del Cembalo di Colantonio, uno dei tanti, al quale ero molto legato), particolarmente freddi di inverno ma che trasmettevano con la loro “genuinità” il sapore dell’Aquila de ‘na ‘ote. Nemmeno l’antica cinta delle mura cittadine protegge più questi tesori, i cui dodici ingressi, ora aperti al mondo e socchiusi alla sua gente, vogliono essere di nuovo il crocevia della comunità e portare attraverso di essi quella “Bona Novella” di una città rinata, mostrando a tutti la sagacia degli aquilani. Riprendiamo, dunque, il cammino intrapreso e passiamo sotto il ponte di Sant’Apollonia in cui giacciono carboni spenti delimitati da piccoli sassi, segni di momentanei bivacchi. Quindi, ci appare una di quelle entrate (Porta Roiana) oggi inibita dall’esterno per via del pietrame caduto sul sentiero in virtù dello smottamento della parte alta delle mura cittadine che in quel punto sostengono gli architravi dell’accesso. Tale percorso, che si inerpica verso la città, nasce nei pressi degli argini del fiume Aterno, accanto alla chiesa di Santa Maria del Ponte, alla Rivera. Da un’accorta valutazione (che si protrae, ormai, da un biennio) emergono, con evidente crudezza, tutti i danni materiali, economici e morali cagionati da questa calamità, che si scompongono e ricompongono nei nostri animi senza però che questi siano distolti dall’unico vero obiettivo che è la ricostruzione. La razionalizzazione delle spese, la nascita di una zona franca (Europa permettendo), l’approvazione di una legge specifica che tracci un fattivo percorso di recupero urbano, territoriale, di riedificazione, là dove necessario, il riassetto economico-sociale, oggi purtroppo carente e disarticolato e l’adozione di un progetto che abbia il fine di prevenire, o quanto meno lenire, future “catastrofi”, potrebbero accordare, se non altro, un rinnovato vigore nei confronti degli abitanti di un territorio altrimenti sfiduciati. Iniziative, queste, che devono trasformarsi in realtà, non più procrastinabili, e non rimanere solo dei semplici “vaticini” elargiti alla cittadinanza. La congiuntura politica ed economica nazionale-mondiale non è favorevole, ma questo non impedirà all’Italia, forse non del tutto consapevole di aver perso una città, e a noi aquilani di trovare le energie necessarie per recuperarla al suo patrimonio, inteso nel più ampio dei termini. E’ tardi. Saluto l’amico Guerino e un mio professore (incontrato, poi, davanti a Palazzo Margherita) con impressa l’immagine della statua di Sallustio che si staglia in alto sopra al suo piedistallo, armata di badile, secchio e tricolore, ed accarezzata dal continuo avvicendarsi di una nutrita moltitudine di cittadini. Accompagnato dalla musica folcloristica di un coro, lascio il centro con una stretta al cuore e la consapevolezza di non abbandonarlo mai.



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