Roio e il tricolore, storie di solidarietÓ e di emigrazione

(Di Fulgenzio Ciccozzi) - In una piccola traversa del paese di Santa Rufina, in via due Archi, un antico portale di una casa recava la scritta 1861: quell’anno nasceva l’Italia. Adesso quell’emblema è sepolto tra le macerie. A qualche centinaio di metri, sistemata ai bordi del posteggio dei Map, nei pressi della diruta chiesa di San Marciano, a Roio, vi è posta una lapide che ricorda i caduti di guerra. Leggendo quell’elenco di giovani che hanno dato la vita per il nostro Paese, per i nostri borghi, per le nostre famiglie, per i loro cari, che ne piansero la morte, ritengo giusto ricordare brevemente quelle vicende che hanno vissuto i nostri concittadini roiani in virtù del rapporto che li lega all’Italia. Il nostro Presidente della Repubblica ha citato testualmente: “Non possiamo come nazione pensare il futuro senza memoria e coscienza del passato”… Il 7 gennaio del 1797, a Reggio Emilia, il tricolore sventolò sui tetti della città per la prima volta. Stava iniziando una nuova epoca per gli abitanti della penisola, che, di lì a qualche decennio, tornarono di nuovo uniti, dopo tredici secoli, il 17 marzo del 1861. Tralascio le vicende che portarono al compimento di questo importante evento, delle quali sarebbe troppo lungo disquisire. Ripongo, dunque, l’attenzione soprattutto sul tema della solidarietà e sul fenomeno dell’emigrazione, di cui fummo protagonisti, nostro malgrado, nel passato e che torniamo ad esserlo nel presente, anche se in maniera diversa. Tuttavia, questa è solo una parte della nostra storia e perfino Roio, nel suo piccolo, ne ha seguito le vicissitudini. Sicché, gli italiani, di nuovo uniti, tornarono a percorrere il loro comune destino in seno al nuovo”Regno”. Anche Roio, allora una piccola comunità di circa 1400 abitanti, stava seguendo i passi della storia. Nel settembre del 1860, il popolo roiano, attraverso i suoi decurioni, aderì e ripose il suo futuro nelle mani di Garibaldi e Vittorio Emanuele II, adeguandosi a quanto deciso nel vicino capoluogo (i sacerdoti delle due parrocchie roiane, pur chiamati ad esprimersi, non firmarono, uniformandosi alla posizione assunta dal Pontefice). Ma, il nuovo stato non seppe arginare il flusso migratorio già in atto nel 1861. In una conversazione che l’armentario Don Luigi Palitti ebbe nella sua abitazione a Foggia, proprio quell’anno, all’indomani della venuta dei commissari piemontesi, rispondendo ad una loro domanda così formulata: “E i giovani?”, fece le seguenti considerazioni: “ Appena cominciano a capire qualche cosa emigrano, vanno a Roma, a Napoli, in America…La nostra economia è povera e da noi la moneta non corre. In molti casi paghiamo solo in natura…”; e, dopo aver proposto delle soluzioni per lo sviluppo di un tipo di azienda agricola su base industriale con l’obiettivo di procurare maggior lavoro, terminava con questa frase: “…gli uomini non avrebbero bisogno di andare in America a fare.. sapete cosa? Il soldato…” (in quel periodo si combatteva la guerra di secessione). Il fenomeno dell’emigrazione, che si era arrestato negli anni venti del novecento, riprese in maniera esponenziale subito dopo la fine della II guerra mondiale. Quella di allora era un’Italia che non lasciava molte alternative alla sua gente, la quale, in parte, fu costretta ad emigrare in terre lontane, con appresso tanta speranza ed in mano solo una valigia di cartone, per intraprendere una nuova vita e svolgere con dignità qualsiasi lavoro, anche il più umile. Vicende umane che nascondevano piccole storie fatte di sacrifici e di altruismo. A riguardo vorrei ricordare un nostro compaesano, il Dottor Olivo Pastorelli, che esercitò per oltre 40 anni la professione medica in Germania. Ma, ciò che ha fatto di questa medico una persona meritevole di essere annoverata, è la perseveranza e l’umiltà con cui svolse, senza compenso, un’attività di consulenza medica per i suoi connazionali (Colonia ed oltre), visitando gli ammalati nelle loro abitazioni, nelle cliniche, negli istituti di ricovero e i carcerati negli istituti di pena, aiutandoli a risolvere le difficoltà linguistiche e burocratiche. Opera di assistenza che dispensò anche attraverso la rubrica “la parola del medico”, per il programma italiano di Radio Colonia (oltre 6500 lettere di radioascoltatori ricevettero una risposta singola e diretta). Meriti che gli sono stati riconosciuti dalle più alte cariche dello stato di entrambi i paesi. Così, dopo che l’Italia ebbe superato un secolo di storia turbolento, si giunse agli inizi degli anni sessanta. Periodo, questo, in cui il Paese sembrava aver raggiunto un accettabile equilibrio sociale, politico ed economico. All’ottimismo e all’entusiasmo che caratterizzarono la celebrazione del centenario, nel 1961, di una generazione uscita dalla guerra, agli inizi di un sensibile sviluppo economico, oggi si contrappone un’abulia che colpisce la nostra società, che l’opulenza economica degli anni passati ha reso più debole, priva di identità, litigiosa; ora insicura in virtù delle difficoltà economiche, degli enormi sconvolgimenti sociali e di una politica purtroppo latitante. E’ questa l’Italia dei campanili, delle pulsioni localistiche, degli arroccamenti in cui ognuno rimira, con occhio miope, il suo “orticello”, pur sapendo che per coltivarlo ha bisogno anche dell’aiuto del vicino. Istanze, queste, pur se legittime, in relazione ad una più razionale gestione delle risorse sul territorio, assumono spesso connotati egoistici e dispregiativi nei confronti delle regioni meno virtuose. Tuttavia, il Paese esiste e resiste. E così, è nei momenti importanti che la gente tira fuori il meglio di sé. Infatti, la tragedia che ha colpito le nostre plaghe ha messo in evidenza il forte senso di fratellanza che gli italiani hanno verso i loro conterranei in un momento di estrema difficoltà, unendosi ad essi in un sincero e sollecito soccorso. E’ questo il volto bello dell’Italia, di una Paese in cui crediamo e per il quale pacificamente lottiamo: per il raggiungimento di un’accettabile serenità e nel rispetto della dignità di ognuno di noi. E’ per questo che Roio ringrazia i suoi “fratelli d’Italia” di Rovigo, di Viterbo, di Verona, di Padova, I cavalieri di Malta e la Caritas, intervenuti per rimediare ai danni prodotti “dall’ira di Poseidone”, a cui Sant’Emidio e la poca accortezza dell’uomo poco hanno potuto. Solidarietà che la gente di Roio ha dimostrato in passato accogliendo nel dopoguerra, nella Colonia IX maggio, su a Monteluco, reduci, combattenti, sinistrati, profughi giuliani sfuggiti alle foibe, i quali, per difendere la loro incolumità e per amore di questa Nazione, furono costretti ad abbandonare quell’infelice terra contesa dai combattenti titini dell’ex Jugoslavia. Valori di solidarietà, culturali, sociali, di libertà che fanno o dovrebbero fare del nostro un Paese ambito e uno dei punti fermi della democrazia nel mondo e nell’area mediterranea (soprattutto oggi in virtù di quanto sta accadendo nei paesi nordafricani, in un’Europa sempre più lontana), e per il quale si auspica un rinnovato vigore. Chissà se giù a Roio Piano, nella casa paterna, chiuso dentro ad un cassetto, si nasconde ancora, magari un po’ impolverato, il vecchio caro libro “Cuore”. Vorrei provare a leggerlo insieme ai miei figli, e, finanche le storie possano sembrare desuete, forse, in quelle pagine, scopriremo intatto l’amore che ci lega alla nostra Patria. 



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